giovedì 18 agosto 2016

Le Bête Hurlante (1934) - Noel Vindry

La Bête Hurlante rappresenta la sesta avventura del juge d’instruction provenzale M. Allou, ed è unanimemente considerato uno dei grandi capolavori dello scrittore francese Noel Vindry. Non a caso, è l’unico dei suoi romanzi ad essere stato ripubblicato singolarmente (nel 1949), dopo la prima edizione datata 1934. John Pugmire, per la Locked Room International, lo ha appena pubblicato in lingua inglese (è il secondo romanzo di Vindry da lui tradotto, dopo La Maison qui tue) con il titolo The Howling Beast. 

Se il romanzo precedente denotava qualche piccola pecca (soprattutto una certa macchinosità nella spiegazione del secondo delitto), La Bête Hurlante è invece un capolavoro assoluto, senza alcun dubbio uno dei maggiori delitti impossibili mai scritti in lingua francese.
Strutturalmente, è molto diverso dai tipici Golden Age novels anglosassoni: Pierre Herry, ricercato per omicidio, si imbatte in strada in M. Allou il quale, vedendolo in grande difficoltà fisica e mentale, lo invita a trascorrere qualche ora in una tavola calda per riprendersi dallo shock. Herry narra così una serie di situazioni incredibilmente bizzarre, che ruotano attorno a un inquietante castello situato vicino Versailles, e abitato dal cinico e violento cacciatore Saint-Luce. Quando Herry, con lo scopo di sorprendere l'amico, decide di fare visita al castello, trova Saint-Luce in compagnia dei coniugi Carlovitch, una strana coppia che non sembra avere nulla in comune con il padrone di casa. Quando, una notte, sia Herry sia Saint-Luce vengono aggrediti, e Mr Carlovitch scompare nel nulla, il dramma può iniziare. Non prima però che una misteriosa creatura inizi a ululare nella notte e a gettare scompiglio in tutto il castello e nella zona circostante.

Vindry mescola ingredienti classici da melodramma (una storia di adulterio, una statua rubata che porta con sé una maledizione) con altri che rimandano alla tradizione nera (un castello sperduto, personaggi misteriosi, creature inumane che ululano nella notte), ma tutto fa da preludio al doppio delitto impossibile che coincide con l'ultimo quarto di libro, di cui Herry è accusato. L'uomo, arrivato alla fine del suo resoconto, ha ormai perduto il senno: dopo tutto, se non è lui l’assassino, chi può aver commesso il doppio delitto? E soprattutto, come?
Il plot, complesso ma non difficile da seguire, è concepito con grande metodo e ingegno. Ogni piccolo elemento, per quanto insignificante o minore possa apparire inizialmente, trova in ultima istanza una spiegazione logica. La soluzione dell’enigma è magnifica, e possiede una particolarità eccezionale: nessuno dei personaggi interni alla storia conosce tutta la verità, e nemmeno l’assassino in persona ha in mano tutti i dettagli. Solo M. Allou è in grado di inserire ogni tassello al posto giusto, fornendo l'unica ipotesi plausibile al doppio crimine commesso. 

L’intero romanzo è narrato in forma dialogica, quasi del tutto priva di passaggi descrittivi e digressioni. La prosa di Vindry, per quanto scarna e secca possa apparire, è in realtà qui particolarmente potente ed efficace. L’autore è abile nel creare un’atmosfera di terrore sottile ma vivida e persistente. Come spesso accade nei romanzi francesi, il microcosmo dei personaggi è decisamente più importante della singola figura, per lo più appena sbozzata. Per quanto il cast di attori sia ridotto, Vindry è bravo a rendere elettrica l'interazione tra loro: il pastore solitario con il suo cane muto sono convincenti al di là del loro ruolo all'interno della trama, così come è ben resa la torbida passione che la signora Carlovitch scatena in tutti i personaggi maschili. Sebbene l’ambiente sembri quello di un mondo 'altro' — un isolato castello privo di contatti con l’esterno — la storia è credibile e realistica, e in più di una occasione si simpatizza per i personaggi.
Un clima crepuscolare e inquietante domina questo capolavoro dall'inizio alla fine. Da leggere.

sabato 16 gennaio 2016

Mystery at Friar's Pardon (1931) - Martin Porlock

Mystery at Friar's Pardon è il primo dei tre romanzi firmati Martin Porlock, uno dei tanti pseudonimi usati dal grandissimo scrittore Britannico Philip MacDonald. Il romanzo fu originariamente pubblicato nel 1931, ed è usualmente considerato uno dei capolavori dell'autore. Io, nonostante ami moltissimo MacDonald come narratore, devo dire di avere un'opinione completamente differente.
Il testo introduce la figura ricorrente di Charles Fox-Brown: orfano sin dall'età di tredici anni, si arruola per combattere durante la Prima Guerra Mondiale e riesce a fare velocemente carriera. Una volta terminato il conflitto, inizia a lavorare come gestore e amministratore di proprietà. Ed è proprio questo il compito che gli affida l'eccentrica Enid-Lester-Green, scrittrice di successo, che ha di recente acquistato la bellissima Friar's Pardon, una country-house dal passato fosco. Si dice infatti sia stata teatro di morti misteriose e inquietanti, con i proprietari trovati annegati sempre nella medesima stanza totalmente priva di acqua, sia sui vestiti sia sugli arredi. Ma la scrittrice non ha alcuna intenzione di stare a sentire queste voci, e decide di adibire propria la stanza della morte a studiolo in cui lavorare. Ben presto strani avvenimenti iniziano a turbare la tranquilla e serena vita di campagna, tra oggetti che scompaiono, mani che si librano da sole nell'aria e rumori sinistri. Che si aggiri forse un fantasma capace di attraversare i muri? Quando la padrona di casa viene trovata morta annegata in una stanza sigillata dall'interno ma totalmente priva d'acqua, qualcuno inizia sul serio a pensare al sovrannaturale.
Le premesse per un capolavoro ci sono tutte. C'è una casa infestata dai fantasmi,  una forte attrazione per l'occulto e il sovrannaturale, un'atmosfera da incubo e una elettrizzante, almeno in teoria, seduta spiritica finale. Tutto questo mostra come i grandi classici della Golden Age siano tutt'altro che romanzi scritti per soddisfare meramente l'intelletto, ma siano pesantemente attraversati dalla spossessante forza del fantastico. 
Se le intenzioni sono grandiose, però, MacDonald non azzecca sostanzialmente niente. Dopo un prologo ben scritto, il ritmo inizia a bordeggiare tra il lento e il soporifero, con l'autore che impiega quasi 150 pagine per caratterizzare atmosfera e personaggi senza riuscirci. È tutto troppo verboso, superficiale e accademico per attrarre davvero il lettore, che viene degnato del delitto solo a metà romanzo. E anche quando arriva, il ritmo non cresce, la detection è piena di prolissità, il colpevole diviene alla fine facilmente intuibile e la 'finta' seduta spiritica di chiusura sfiora il ridicolo. I personaggi, inoltre, per quanto l'autore si sforzi, non convincono e rimangono tutti in superficie, la polizia fa una figura imbarazzante e il deus-ex-machina Fox-Brown è una pallida copia dei buoni detective creati dall'autore.
La nota dolente coinvolge anche la camera chiusa, all'apparenza estremamente intrigante. MacDonald ostenta la 'non-naturalità' del delitto, ma per risolverlo ricorre ad un vecchio trucco già usato anni prima da Edgar Wallace e che due anni dopo userà anche Van Dine. Preso nel suo complesso, questo trucco è puramente 'meccanicistico' e delude. Ed è, purtroppo, la ciliegina sulla torta di uno dei più frastornanti insuccessi firmati dal sempre grande Philip MacDonald.
È stato pubblicato in Italia da Polillo col titolo La villa dei delitti.

giovedì 24 dicembre 2015

The Death of Laurence Vining (Morte in ascensore, 1928) - Alan Thomas

The Death of Laurence Vining è un romanzo che il pubblico italiano aspettava da molto. Ed è bello vedere che sia stata la Polillo Editore, dopo circa un anno di silenzio, a proporlo per la prima volta, traducendolo col titolo Morte in ascensore. Il romanzo, pubblicato originariamente nel 1928 (e non nel 1924, come ha più volte scritto anche Roland Lacourbe), è ormai considerato un piccolo classico dagli amanti della Golden Age, ed è stato inserito in quasi tutte le liste dei maggiori romanzi di camera chiusa mai ideati. Non solo, perché il già citato Roland Lacourbe lo ha inserito tra i suoi 10 mystery preferiti, sostenendo in più occasioni come sia 'tra le detective stories più perfettamente costruite della storia del genere'. 
Nel suo complesso, l'opera è estremamente interessante. Sostanzialmente diviso in tre diverse sezioni (la prima, con al centro Laurence Vining, geniale criminologo dilettante che mostra la sua debordante e irritante personalità, è l'antefatto al delitto; la seconda e più corposa parte è dedicata alla detection del poliziotto del CID Widgeon; la terza è rappresentata dal diario confessionale dell'assassino), il romanzo appare a prima vista quasi una parodia. In effetti, soprattutto all'inizio non mancano momenti di marcata ironia, e ci sono diversi passaggi in cui l'autore sembra prendere in giro bonariamente la detective story tipica degli anni Venti: il poliziotto denigra l'immaginazione nel campo dell'investigazione criminale, si scaglia contro gli autori polizieschi rei di non avere la più pallida idea di cosa sia Scotland Yard e quali siano i suoi metodi, mentre è lo scrittore stesso, penetrando di forza nella storia, a sostenere come differentemente dai testi tradizionali polizieschi qui l'assassino non viene catturato né si suicida. In aggiunta a questo, alcuni aspetti della trama (il celebre criminologo infallibile che muore e l'amico-Watson della vittima che collabora con la polizia per risolvere il caso) destano più che un sospetto sulla natura del romanzo. 
Più che una parodia del genere però (più che tipica, d'altronde, negli anni Venti), questo testo sembra piuttosto cercare di allontanarsi prepotentemente dagli stereotipi del mystery degli anni Venti: e ciò è brillantemente confermato dallo stesso personaggio dell'investigatore, un duro e antipatico funzionario di polizia che a un certo punto si lamenta di dover investigare su un caso così complesso, ben diverso da quei 'country-house mystery' tipici della narrativa britannica. 
Non racconterò la trama, che è facilmente rintracciabile su internet, ma mi limito a dire che l'intreccio è estremamente lineare, e pur trattandosi di un delitto impossibile non c'è traccia di sovrannaturale, né tantomeno abbiamo subplots di rilievo. Anzi, i risvolti della trama coinvolgono i vari personaggi della storia alle prese con situazioni ed eventi che sfortunatamente non hanno nulla a che fare con il plot in sé, ma servono esclusivamente per depistare il lettore e cercare di costruire un romanzo che potremmo definire 'credibile'. Perché ciò che sta a cuore a Thomas è prima di tutto scrivere un 'bel romanzo', che tocchi qualche tema attuale e sia caratterizzato da personaggi interessanti. Altrimenti non si spiegherebbe una parte centrale che se da un lato ammicca a Crofts e Rhode (e appaia a prima vista una lezione di detection sul campo), dall'altro lato arricchisce il romanzo di eventi e situazioni che, come detto, aggiungono poco o nulla all'intreccio poliziesco.
Nel complesso Thomas non scrive male, il romanzo è scorrevole e si legge con piacere, ma i personaggi appaiono tutt'altro che memorabili, la storia d'amore abbonda di melodramma e c'è una certa secchezza di fondo che rende il testo letterariamente un pizzico arido. Questo non deve nascondere la presenza di elementi brillanti (l'idea del criminologo geniale ma insopportabile che viene ucciso ricorda Into Thin Air di Winslow e Quirk, sorprendentemente sempre del 1928), così come non manca una componente esotica stuzzicante e un marcato razzismo esibito da alcuni personaggi che Thomas sembra sottolineare con disgusto.
Nonostante alcune riserve dal punto di vista romanzesco però, come detective story siamo a livelli difficilmente raggiungibili. Thomas cerca volutamente di distaccarsi dal genere sia con gli interventi dell'autore volti a fornire contorni realistici alla vicenda, sia inserendo situazioni apparentemente scomode e attuali (adulterio, 'complessi di inferiorità' che portano alla monomania, figli in affido etc), ma avrebbe fatto meglio a concentrarsi sull'enigma. Preso come detective story pura e come più specificatamente camera chiusa, quest'opera rappresenta sicuramente una delle più geniali variazioni mai ideate e il maggior delitto impossibile pubblicato negli anni Venti. Le ultime trenta pagine, in cui l'assassino confessa il suo modus operandi, non solo ci restituiscono una spiegazione logica e inappuntabile ad un'enigma geniale, ma prendono in considerazione ogni piccolissima sfumatura di ciò che sarebbe potuto accadere se il machiavellico piano del criminale fosse fallito parzialmente. Superata la difficoltà di descrivere gli ascensori nella Gran Bretagna dei tardi anni Venti, Thomas concepisce un trucco illusionistico magistrale. A differenza di tante camere chiuse della Golden Age, dove la situazione impossibile si viene a creare per puro caso, in questo romanzo l'assassino prepara nei minimi dettagli un piano diabolico, consegnandoci forse uno dei delitti meglio congegnati e più sorprendenti della storia di questo genere letterario.

domenica 8 novembre 2015

The Beetle - Richard Marsh (1897)


The Beetle, pubblicato originariamente nel 1897, è considerato il testo più rappresentativo del romanziere Vittoriano Richard Marsh. Come molti testi coevi, come ad esempio quelli scritti da Conan Doyle, Shiel, Stevenson o Arthur Machen, questo romanzo può essere letto contemporaneamente come una detective story e come un testo gotico, possedendo al suo interno una struttura 'mystery' e un tono da puro romanzo dell'orrore. Pubblicato nello stesso anno del celebre Dracula di Bram Stoker, il romanzo di Marsh ottiene inizialmente maggior successo, e viene salutato piuttosto positivamente sia dalla critica sia dal pubblico. Siamo in un periodo dove per la prima volta il genere 'mystery' sta iniziando a maturare uno statuto personale, ma i legami con il gotico sono ancora fortissimi. Come scrive anche Haycraft, gli autori non hanno ancora un'idea precisa della distinzione tra mystery e mero romanzo del mistero, e non di rado accade che testi tardo Vittoriani appaiano 'ibridi', appartenenti ad entrambi i generi letterari. The Beetle è uno di questi, ed è un testo assolutamente interessante.
La storia è piuttosto ingarbugliata, e viene raccontata da quattro diversi punti di vista, ognuno dei quali appartenente ad un personaggio centrale del racconto. Il primo è quello di Robert Holt, sfortunato homeless che, nel disperato tentativo di trovare un'ubicazione per la notte, si ritrova nell'orribile dimora di un essere dalle fattezze inumane, che grazie al potere magnetico dei propri occhi lo ipnotizza sino a soggiogarlo. Questa creatura spinge Holt, mezzo nudo nella tormenta, a penetrare in casa dello stimato uomo politico Paul Lessingham per impadronirsi di alcune lettere d'amore scritte da Paul alla futura moglie Marjorie Lindon. A questa vicenda si intreccia quella di Sydney Atherton, inventore geniale perdutamente innamorato di Marjorie, che racconta il proprio incontro con Holt e i bizzarri avvenimenti che seguono. Il terzo narratore è proprio Marjorie. 
Al centro del romanzo c'è la figura del politico Paul Lessingham, sconvolto anni prima dall'incontro con una mostruosa setta egiziana devota all'idolatria di uno scarabeo, che riappare per distruggere la sua vita e la sua carriera pubblica. La quarta parte della storia è raccontata dall'investigatore Augustus Champnell, esperto di sovrannaturale  e personaggio ricorrente nelle storie di Marsh. Champnell, non completamente dissimile dai detective dell'occulto di Blackwood e Hodgson, viene ingaggiato da Lessingham per scoprire l'origine di questi orrori. Alla fine ci riuscirà, ma i punti interrogativi restano moltissimi.
L'intreccio è ovviamente molto complesso e difficile da raccontare. Nella sua natura intrinseca, il romanzo è un classico late-Victorian Gothic, che utilizza certe categorie scientifiche teorizzate dalla scienza positivista del tempo per ribaltarle, svelando i lati inumani e inconoscibili del mondo naturale. Molte domande, infatti, non ottengono risposta, e il laconico commento del detective nell'ultimo paragrafo è piuttosto eloquente. Marsh sfrutta numerosi elementi tipici del gotico Vittoriano (l'ipnosi come possessione demoniaca, il forte accento 'somatico' dell'orrore incarnato dal mostruoso villain, la paura per ciò che è 'altro' e proviene da fuori, la capitale inglese come calderone di orrori indicibili, la preminenza delle malattie mentali), ma la struttura del racconto e la presenza di una vera e propria indagine avvicinano il testo a una detective story.
Il risultato complessivo è però piuttosto altalenante, il testo soffre di una certa verbosità e non di rado si sfocia nel didascalico. Marsh si concentra sulla componente esteriore e somatica dell'orrore, dimostrandosi a volte incapace di suggerire il sentimento della paura senza descriverlo esaustivamente. Troviamo, mescolate nel romanzo, una setta adoratrice di Iside e devota ai sacrifici umani, donne morte che si trasformano in orribili scarabei e situazioni impossibili (verso la fine c'è anche una sparizione da una stanza chiusa dall'interno), ma il finale consolatorio appare quasi posticcio e non convince. Il primo paragrafo, bizzarro ma ben scritto, colpisce, mentre quello raccontato in prima persona dalla signorina Lindon smorza quasi del tutto la tensione. Nell'ultima parte Marsh riprende in mano le redini della storia e dimostra di sapere come costruire una buona suspense. Peccato per l'inutile verbosità di certi passaggi che spesso scadono nel melodrammatico.
Nonostante i limiti stilistici e strutturali, questo romanzo resta però una ricchissima testimonianza di un momento storico-letterario fondamentale per l'evoluzione del romanzo gotico e della crime fiction, cugini lontani ma mai davvero distanti l'uno dall'altro.

venerdì 14 agosto 2015

Through a Glass, Darkly (Come in uno specchio, 1950) - Helen McCloy

Helen McCloy, scrittrice, giornalista, critica d'arte e corrispondente dell'Europa per numerosi quotidiani e riviste statunitensi, è stata una delle maggiori scrittrici americane di romanzi polizieschi del secolo scorso. Poco conosciuta in Italia, spesso trascurata e sottovalutata, è in realtà un'autrice brillante, colta, capace di muoversi abilmente all'interno di diversi generi letterari sempre con la medesima efficacia.
Questo romanzo, molto ben tradotto da Marilena Caselli e pubblicato come Lo specchio del male (da Mondadori) e Come in uno specchio (da Polillo), è il suo più celebre e il più ristampato dell'intero corpus. È un capolavoro, denso di significati, complesso, e necessita di più di una lettura.
Faustina Crayle, giovane e mite insegnante di disegno, viene licenziata improvvisamente e senza spiegazioni dalla scuola femminile in cui lavora, dopo appena poche settimane dall'inizio delle lezioni. Su richiesta della fidanzata, amica di Faustina, lo psichiatra Basil Willing accetta di investigare su una situazione che piano piano assume connotati sempre più bizzarri. Interrogando la signora Lightfoot, la preside della scuola, Willing viene a scoprire che sia studentesse sia professoresse sostenevano di aver visto Faustina "in luoghi dove non poteva trovarsi": in più di un'occasione la giovane professoressa era stata avvistata contemporaneamente in due luoghi diversi, non di rado in atteggiamenti ai limiti dell'assurdo. È davvero il doppio di Faustina, il "doppelgänger", quello che si sta materializzando nella scuola? E chi è quella ragazza tale e quale a Faustina che è stata vista spingere giù per le scale un'altra insegnante, uccidendola, nello stesso momento in cui la vera Faustina stava parlando al telefono con la propria amica?
Through a Glass, Darkly risente in parte dello stato in cui versava il mystery dopo la seconda Guerra Mondiale: troviamo riferimenti al conflitto, alla diffidenza degli americani verso i tedeschi, ma anche a tematiche come la memoria cosciente, il subconscio, lo sdoppiamento della personalità e il sonnambulismo, a testimoniare la decisa virata verso la componente "psicologica" del mystery classico (non è un caso che il suo investigatore sia uno psichiatra, se non erro il primo nella storia del genere). Nello stesso tempo, però, McCloy si dimostra ancora saldamente ancorata a certi stilemi precedenti: la complessità del plot, la ricchezza di indizi e false piste, la misdirection, e soprattutto l'elemento fantastico. L'autrice è affascinata dall'opera di John Dickson Carr (ma anche da Le Fanu e Hodgson), e dal tema del doppio, e questo romanzo è un vero e proprio trionfo del Fantastico. Pur contenendo, alla fine, una possibile soluzione razionale, essa non convince del tutto (anche se il modo in cui l'assassino avrebbe condotto alla morte la povera Faustina è assolutamente geniale), e l'ambiguo e sospeso finale ne è la prova concreta.
Detection e fantastico si fondono in una miscela sublime, resa tale da uno stile brillante, denso e coltissimo. L'autrice è una straordinaria pittrice di volti, dalla prosa atmosferica e metaforica. Tensione sottile ma incessante, clima inquietante, meravigliosa resa dei personaggi, grande attenzione al dettaglio e ai meccanismi della paura. Imperversa il maligno in questo romanzo, ed è difficile staccarsi dal testo, che ci rapisce e stordisce dalla primissima pagina.
Celebrato da quasi tutti i grandi esperti di "locked room mystery", Through a Glass, Darkly non è una reale camera chiusa, ma rientra nel campo dell' "apparentemente impossibile". 
A me la prima parte ha sempre ricordato Suspiria, superbo capolavoro dell'horror diretto dal maestro Dario Argento nel 1977. Ma se Argento è un poeta visionario, maledetto, che ama l'accumulo, lo straniante, ed è stilisticamente tortuoso, McCloy è un architetto del fantastico, e attacca i nervi del lettore in modo totalmente differente. A tratti, però, il risultato è il medesimo. 
Del testo vi è anche una versione preparatoria, ovvero un racconto scritto nel 1948 e reperibile nel volume della Crippen & Landru The Pleasant Assassin and Other Cases of Dr. Basil Willing (2003). Sergio Angelini, nel suo bellissimo blog, parla di un racconto più snello rispetto al romanzo, privo dell’intermezzo amoroso tra Willing e Gisela e del primo omicidio, elementi che a suo modo di vedere appesantirebbero la versione lunga. Egli nota inoltre le troppe coincidenze e la farraginosità del meccanismo del primo delitto, e la debolezza del movente; dubbi accettabili, certo, a patto però che si consideri questo testo “puramente poliziesco”, cosa di cui dubito fortemente.
Tra i piaceri della vita, c'è sicuramente leggere questo romanzo, un indimenticabile gioiello del fantastico intriso di detection.

venerdì 7 agosto 2015

Illusionismo e magia nel Golden Age mystery (2015)

È stato da poco pubblicato, presso la rivista di Lingue e culture moderne dell'Università degli studi di Urbino, il mio recente articolo Illusionismo e magia nel Golden Age mystery. Per chi vuole leggerlo, qui c'è il link al testo: 

venerdì 24 luglio 2015

The Cask (1920, I tre segugi) - Freeman W. Crofts

La parola “humdrum”, letteralmente “noioso”, appare per la prima volta in The Cask dopo ben 219 pagine. Freeman W. Crofts non lo sapeva che quella parola lo avrebbe contraddistinto per sempre. È noto infatti come il critico Julian Symons, nel suo Bloody Murder (1972) abbia definito “noiosa” la narrativa poliziesca di Crofts, alla stregua di quella di John Rhode, J.J. Connington ed altri scrittori britannici della Golden Age. Symons aveva probabilmente letto poco di Crofts, ma il suo tranciante giudizio ha infangato per anni la carriera di questo brillante scrittore. È solo del 2012 infatti il saggio The Masters of Humdrum Mystery, testo in cui Curtis Evans ha riscoperto il corpus di Crofts (insieme a Rhode e Connington), mettendo in luce la straordinaria importanza che questi autori hanno avuto nell’evoluzione del genere.
Freeman W. Crofts, su tutti, è una figura capitale nella storia del mystery. Irlandese, di professione ingegnere (lavorò nelle ferrovie), scrisse The Cask, il suo romanzo d’esordio, nel 1916, durante un periodo di convalescenza da una malattia. Solo nel 1919 però decise di inviarlo alla casa editrice Collins, la più importante in Inghilterra in quel periodo. Dopo una lieve sforbiciata (il processo in tribunale), il romanzo venne pubblicato nel 1920 e ricevette immediatamente un successo di critica e pubblico eccezionale. 
Per una bizzarra coincidenza, un altro romanzo scritto qualche anno prima (intorno al 1915-1916), venne pubblicato nel 1920: The Mysterious Affair at Styles, di Agatha Christie. Non è un caso che la critica faccia riferimento al 1920 come l’anno d’inizio della grandiosa Golden Age della detective fiction: da una parte c’è l’introduzione del detective eccentrico, Hercule Poirot, alle prese con un classico country-house mystery in cui si celebra l’epoca Edoardiana; mentre dall’altra Crofts scrive quello che sostanzialmente è un police-procedural, in cui tre diversi personaggi (due poliziotti e un detective privato), investigano sull’assassinio di una donna, trovata strangolata all’interno di un barile pieno di monete. 
Questa distinzione tra i due testi è alquanto rozza, e non rispecchia le differenze reali. Il romanzo della Christie è il trionfo del bizzarro e dell’eccentrico: sono bizzarri e ambigui i personaggi (Poirot su tutti), lo è la storia stessa, così come gli indizi, tutti velati da false piste. Il modulo della Christie, per certi versi, è anti-realista. Quello di Crofts, al contrario, è iper-realista. Da Crofts si va a scuola di detection, quella vera, condotta da esperti, poliziotti di professione metodici, umani e anche fallibili. Infatti nessuno dei tre “segugi”, a ben vedere, è in grado di rispondere completamente alle tante domande che emergono dalla trama: è lo stesso assassino che confessa, prima del colpo di scena finale.
Ecco allora la grande differenza tra i due autori: la Christie si diverte a creare il suo microcosmo di personaggi, a farli agire bizzarramente, a creare situazioni al limite dello stridore, a giocare con il lettore, fargli credere di sapere, sfidandolo continuamente. In Christie è tutto gioco, sinuoso e complicatissimo. In Crofts è tutto il contrario: l’autore ricrea magnificamente il suo tempo, senza però soffermarsi troppo nella creazione dei personaggi, anche se resta bello vedere come rappresenti Parigi con gli occhi di un inglese anni Venti, con tutti questi personaggi gentili, disponibili ed educati. In Christie c’è unità di tempo e spazio, tutto è visto dagli occhi distorti di Hastings, il narratore spalla di Poirot. Crofts invece cambia continuamente location (Londra, Parigi, Bruxelles), modifica registro stilistico, sceglie tre investigatori che lavorano sul medesimo caso, facendo ad ognuno scoprire qualcosa di diverso. La Christie deve molto a Edmund Bentley, mentre Crofts attinge a Richard A. Freeman, a cui aggiunge ricchezza di dettagli e metodo 
Non c’è nulla di teatrale, di artificioso, di insolito in Crofts. Occorre studiare i movimenti dei personaggi, interrogare i sospettati, analizzare orari di treni, di aerei e di navi; occorre, soprattutto, smontare un alibi di ferro. Ed è questo quello che Crofts fa meglio di tutti: creare ad hoc un alibi a prova di bomba, che l’investigatore di turno deve smembrare col ragionamento. 
The Cask non è, nemmeno lontanamente, un whodunit, perché a nessuno interessa sapere chi sia davvero l’assassino (ci sono solo due sospettati), e non è nemmeno un howdunit, mancando delitti o situazioni impossibili. È invece un romanzo di pura detection, perfettamente elaborato, divertente ed eccitante nonostante il volume (oltre 320 pagine). Certo, a tratti può apparire leggermente old-fashion, e l’autore non manca di dilungarsi in passaggi che oggi possono sembrare poco utili, ma non ci si annoia mai, e tutto concorre alla creazione di un meccanismo quasi perfetto. È un romanzo accurato, persino nella ricreazione di un certo “parlato” dei personaggi, pieno di dettagli, ben scritto e intrigante. Non è un caso che molte opere di Crofts stiano ricominciando a essere ristampate in Inghilterra, e con ottimo riscontro di pubblico. 
The Cask, in conclusione, è una pietra miliare nella storia del genere. Quando l’ “ingegnosità”, per fortuna, era ancora qualcosa di cui vantarsi.

domenica 5 luglio 2015

Il Canone Holmesiano - Parte 4

The Hound of the Baskervilles

La fama che circonda questo romanzo ha assunto, nel corso del tempo, dimensioni gigantesche. Chi non conosce il più famoso romanzo di Doyle e la più celebre impresa di Holmes, sia esso in forma romanzo, adattamento cinematografico o serie televisiva. Si è parlato a lungo di questo testo, ma credo che ci sia ancora molto da scavare all'interno di questa incredibile opera letteraria.
È noto come e soprattutto perché Doyle decise di riesumare il personaggio di Holmes, di cui aveva provato a liberarsi qualche anno prima (ma nessuno aveva mai trovato il suo cadavere, ripeteva sempre l'autore); ma lo fa a modo suo, retrodatando l'avventura, e proponendo al lettore una storia dai toni molto differenti rispetto ai romanzi precedenti, intrisa di morte, pazzia, violenza e paura verso l'ignoto.
L'intero romanzo è impregnato di degenerazione, quella sindrome che da biologica si era ormai tramutata in storica, e che caratterizzava il criminale e il deviato secondo la contemporanea scienza antropologica. C'è tutto in quest'opera: delinquenti atavici, regrediti a stadi precedenti alla civiltà, i temi dell'ereditarietà e del libero arbitrio, la paura verso la regressione che le teorie di Darwin avevano sollevato, temi e tonalità gotiche che si intrecciano a strutture da detective story, senza arrivare ad una vera e propria soluzione. 
Michael Dirda, in un recente saggio su John Dickson Carr, ha  aperto descrivendo cosa si prova leggendo questo romanzo, con la sua atmosfera inquietante, da brivido, le superbe descrizioni della brughiera, il clima di morte e follia che aleggiano dalla prima all'ultima pagina, e che ritroviamo solo nell'opera del grande JDC, l'unico che ha plasmato l'arte di Doyle per poi condurla a vette inarrivabili. Questo romanzo ha, ad ogni rilettura, qualcosa in più da raccontare: è un romanzo gotico o un testo poliziesco, si sono chiesti alcuni critici, e la risposta è sempre stata parziale, sfumata. 
Michael Cook ha dedicato pagine importanti a questa problematica, come emerge in Detective Fiction and the Ghost Story (2014), ma mi piacerebbe citare anche un eccellente articolo di Nills Clausson, del 2005, intitolato Degeneration, Fin de Siècle Gothic and the Science of Detection. Lo studioso mette molta carne al fuoco, e spesso sono in accordo con le sue conclusioni: ad esempio l'idea che Watson racconti una storia gotica, mentre Holmes si vanti di scriverne una poliziesca, che altro non è se non la soluzione del mistero gotico. C'è un conflitto, inevitabile, nei toni, nelle strutture e nelle finalità di questi due generi letterari, che nel degenerato e complesso Fin de Siècle subiscono una ridefinizione e dei mutamenti ancora non ben compresi dalla critica.
Lo scontro tra il buio delle tenebre della brughiera e la luminosità della ragione holmesiana finisce per confondersi in una melma dai colori indistinti, la scienza positivista ha da tempo lasciato la mente di Doyle, che si interroga sul male e sulla violenza dell'uomo, sulla vita e la morte. E, alla fine, se al "problema poliziesco" vi può essere una risposta, pur vaga, al resto, incarnato dal dramma gotico, non c'è spiegazione. La tensione tra razionale e sovrannaturale è centrale nell'evoluzione del mystery, e Il mastino dei Baskerville ben spiega perché Fin de Siècle-Gothic e detective fiction abbiano radici all'interno dello stesso genere letterario, il romanzo gotico tradizionale. Nel Novecento i generi prenderanno strade diverse, ma il germe dell'ereditarietà, si sa, non lascia scampo.
Dare una definizione qualitativa al romanzo lascia il tempo che trova: mi limito a dire che è tra i più grandi romanzi del Novecento e certamente il capolavoro di Doyle.

giovedì 11 giugno 2015

Una nuova consapevolezza?

Se due o più indizi costituiscono una prova, e puntano cioè verso una medesima direzione, allora possiamo affermare che, finalmente, sia arrivato il momento della rottura delle convenzioni, quelle che troppo spesso accompagnano gli studi sulla detective fiction. Se in Italia non ce la passiamo troppo bene (la casa editrice Polillo è per ora in stand-by), in Inghilterra le cose sembrano andare diversamente: non solo molti grandi Golden Age writers stanno iniziando ad essere riproposti dalle più diverse case editrici (Freeman W. Crofts, Jefferson Farjeon, che ha ottenuto un successo clamoroso, John Bude, etc), ma recentemente sono stati pubblicati due saggi eccezionali, scritti da due personalità importanti nel mondo della crime fiction.
Il primo è The Golden Age of Murder (2015), opera monumentale dello scrittore britannico Martin Edwards, che ripercorre attraverso autori, romanzi, vite e aneddoti, la grandiosa storia della Golden Age; e il risultato è davvero sorprendente, innanzitutto per la brillantezza dello stile, ma anche per la quantità di materiale presentato, l'accuratezza dell'eloquio e la mole di informazioni.
Il secondo saggio è invece The Spectrum of English Murder (2015), scritto dallo studioso Curtis Evans, il quale ripercorre le opere e il pensiero di figure eccezionali come Henry Wade e i coniugi Cole: legando storia sociale a critica letteraria, Evans vuole demolire l'opinione comune che vede tutti i Golden Age writers come conservatori e politicamente schierati a "destra". Insomma, entrambi gli studiosi hanno lo scopo di mostrare la grandissima complessità del mystery, e pretendono di farlo distruggendo tutte quelle convinzioni che erroneamente sono state portate avanti dalla critica nel corso degli anni.
Tutto ciò è ossigeno puro in un ambiente dominato dal pensiero critico di Lucy Worsley, Susan Rowland o P.D. James. Purtroppo, l'idea che il romanzo poliziesco della Golden Age sia diviso in due tronconi e filoni incompatibili (il British detective novel e l'Hard Boiled novel), sembra aver contagiato ormai ogni studioso che si approccio al genere. L'idea, ancora più folle, che il British detective novel della Golden Age sia dominato da autrici esclusivamente femminili e di origine britannica (le Crime Queens, su tutti la Christie e la Sayers) è ancora più radicata, come si può notare dal saggio del 2009 di P.D. James Talking About Detective Fiction
La James, da poco scomparsa, è stata una scrittrice di primo piano, ma dal punto di vista critico il suo saggio è semplicemente un disastro. È parziale, per certi versi fazioso e contro ogni verità storica, pieno di errori e omissioni. Se è vero che nella prefazione ammette di non voler tracciare una storia del genere, non è ugualmente accettabile che in un saggio sulla detective fiction non vengano nemmeno nominati i veri grandi autori, da Ellery Queen ad Anthony Boucher, passando per un John Dickson Carr a malapena citato. Tralasciando i tanti errori - il colpevole di La lettera rubata di Poe non è certamente il personaggio meno sospetto; l'idea che il mystery non fosse rispettato dagli intellettuali sino alla pubblicazione di Gaudy Night (1935) della Sayers è un'assurdità, come ha ben dimostrato Curtis Evans nel saggio Murder in the Criterion. T.S. Eliot on Detective Fiction (2014) - la James insiste davvero troppo sull'importanza delle norme e delle regole (quelle di Knox, perché Van Dine non è mai nemmeno citato), punto sul quale credo John Dickson Carr abbia speso parole abbastanza definitive nel saggio The Greatest Game in the World (1946).

Io mi auguro che l'apporto critico di studiosi come Evans e Edwards serva per dare una scossa allo stagnante panorama critico internazionale, e permetta di gettare nuova luce su un genere bistrattato e mal compreso. Troppi hanno questa malsana idea che i romanzi della Golden Age siano popolati solo da detective snob e altolocati, dove le donne parlano come Maggie Smith in Downtown Abbey, dove il crimine è un passatempo, le regole governano la narrazione, il sangue non scorre mai e alla fine ogni ordine sociale viene restaurato. Tutto ciò è falso. Sono solo generalizzazioni, alcuni dei tanti miti che circolano e che spero vengano presto spazzati via. 
Per fare un ultimo esempio, il solito Evans, nel bellissimo saggio The Amateur Detective Just Won't Do: Raymond Chandler and British Detective Fiction (2014), non solo ha dimostrato come l'Hard-Boiled fiction di Chandler avesse molto in comune con il mystery classico, ma che lo scrittore americano, contrariamente alle posizioni (dettate dalla propaganda) espresse in The Simple Art of Murder (1950), leggesse e fosse un sincero ammiratore di autori come Crofts o Freeman, ovvero i giganti del romanzo poliziesco inglese. 
In Italia, purtroppo, ancora si parla di "vasi di cristallo", di Hammett che ha rigettato il delitto nei vicoli, del mystery Golden Age come cruciverba o gioco enigmistico. 
Altrove, pare, il tempo per spazzare via gli stereotipi sembra invece arrivato.

martedì 12 maggio 2015

La giostra degli scambi, 2015 - Andrea Camilleri

Si respira un'aria d'incertezza nella Vigata di Montalbano, un'aria a tratti limpida, carezzevole, a tratti putrida e pesante, che ti impedisce di ragionare bene, capire cosa non ci sia più, cosa sia cambiato. 
Siamo lontani dal miglior Camilleri, e su questo è difficile essere in disaccordo, con l'autore siciliano che ha dato la sua ultima graffiata ormai cinque anni fa, con La caccia al tesoro. Siamo lontanissimi dai capolavori (Il giro di boa; La pazienza del ragno), e altrettanto distanti dal melmoso, confusionario e tortuoso universo de La piramide di fango, pubblicato nel 2014. 
Con La giostra degli scambi, edito da Sellerio il 30 aprile 2015, Camilleri  mostra di credere sempre di meno a Montalbano, e sempre di meno al romanzo poliziesco. A differenza di alcuni titoli precedenti la storia scorre bene, è facilmente comprensibile e a tratti interessante -- anche se alcuni snodi narrativi ricordano quelli de Il gatto e il cardellino, racconto contenuto nella raccolta Gli arancini di Montalbano. Ma, come detto, l'autore sembra non avere più voglia di aggiungere niente ai suoi personaggi: Montalbano invecchia solo a parole, Fazio non fa altro che ripetere "già fatto", a Catarella scappa la mano quando bussa, Augello alterna momenti di lucidità a sprazzi da neo-Watson dall'intelletto bacato, e Livia appare in poco più di un paio di noiose e inutili telefonate. I personaggi, insomma, non evolvono più da anni, sono marionette che ripetono stancamente le stesse battute, si muovono nello stesso, invecchiato e intristito, palcoscenico. 
Un'aria di pesante inerzia narrativa aleggia su questo romanzo che, per carità, per noi appassionati è sempre bello gustare, ma stavolta manca anche un certo ampio respiro, una certa atmosfera. Ci sono poche descrizioni, pochi momenti di lirismo, tutto si snoda con pacata lentezza.
Anche se, alla fine, ciò che maggiormente mi infastidisce è il rapporto di amore-odio che Camilleri instaura con i modi del noir, o del romanzo poliziesco, o in qualunque modo vogliate chiamarlo: ha spesso ripetuto come per lui il genere sia poco più che una gabbia, deve scrivere capitoli della stessa lunghezza, seguire determinati precetti, non sfuggire alle regole. Ci sono non più di due personaggi in questa storia, due sospettati: se il primo sembra il colpevole per 2/3 del romanzo, non potrà che essere l'altro, alla fine, il vero assassino. Quando Camilleri capirà che il poliziesco è tutt'altro che un'insieme di regole scritte, forse, sarà troppo tardi.

martedì 5 maggio 2015

La Maison qui Tue (1932) - Nöel Vindry

La Maison qui Tue è il primo romanzo scritto da Noel Vindry, forse il massimo esponente della Golden Age del romanzo poliziesco francese. L'opera, mai più ripubblicata dopo la prima edizione del 1932, è stata finalmente riproposta in lingua inglese, tradotta da John Pugmire per la sua eccellente casa editrice, Locked Room International, con il titolo The House that Kills. Curiosamente il romanzo è uno dei pochi di Vindry pubblicati anche in Italia: uscì nel 1948 con l'ottimo titolo La villa dei cipressi, edito dalla Società Editoriale Italiana di Milano, con la traduzione, credo assolutamente non integrale, di Jacopo Mannozzi. 
Io non sono uno dei fortunati che ha avuto la possibilità di avere tra le mani l'edizione italiana, oggi rarissima e praticamente introvabile, e ho letto esclusivamente la versione inglese, sulla quale posso essere certo per ciò che riguarda accuratezza e professionalità: la traduzione di Pugmire ben si adatta ad uno stile, quello di Vindry, piuttosto semplice, ma scorrevole e piacevolissimo.
Noel Vindry, oggi praticamente sconosciuto al di fuori dei confini francesi, è in realtà uno dei grandi mystery writers europei degli anni Trenta: tra il 1932 e il 1937 scrisse dodici camere chiuse tra le più eccitanti e virtuosistiche dell'epoca, e non a caso venne definito da Thomas Narcejac "poète du roman problém". Assieme a Pierre Boileau, nel loro saggio dedicato alla narrativa poliziesca, i due fecero riferimento a Vindry sottolineando il suo incredibile virtuosismo e la sua capacità di ideare i puzzle più stupefacenti, a discapito, spesso, di una certa freddezza nella prosa.
Parlando esclusivamente di plot, dunque, in pochi possono rivaleggiare con il francese sul piano dell'ingegnosità: nei suoi romanzi si snodano infatti continue situazioni impossibili, risolte sempre con logica stringente e sublime agilità intellettiva.
Vindry, nato a Lione nel 1896, divenne juge d'instruction dopo il 1915 in un bellissimo paesino della Provenza, lo stesso luogo in cui si muove il suo investigatore, una sorta di alter-ego e pura macchina pensante, Monsieur Allou.
Allou esordisce in questo ottimo romanzo scritto e pubblicato nel 1932, anno eccezionale nella storia del mystery, che contiene ben tre situazioni apparentemente inspiegabili: il primo è un classico delitto di camera chiusa, il secondo un assassinio compiuto di fronte ad una folla di testimoni e nel terzo, solo tentato, la vittima è proprio Allou, colpito da un colpo di pistola nel proprio appartamento chiuso dall'interno.
Vindry mette già parecchia carne al fuoco, e dimostra di conoscere benissimo i classici, da Leroux, che amava moltissimo e riteneva l'emblema degli scrittori polizieschi, a Zangwill: se il secondo delitto è sin troppo arzigogolato e richiede qualche coincidenza di troppo, il primo è risolto con grande astuzia, e rappresenta un'eccellente variazione delle camere chiuse che campeggiano ne Il grande mistero di Bow e ne Il mistero della camera gialla.
Con Vindry possiamo effettivamente notare le differenze, numerose, che intercorrono tra i francesi e gli anglosassoni: qui l'interesse è quasi esclusivamente nel plot, nelle falde magmatiche del rompicapo e nel modus operandi dell'assassino, la cui identità, come spesso accade, è piuttosto semplice da individuare. Non whodunit dunque, ma howdunit
La prima parte, dove si respira un'atmosfera inquietante, è la migliore del romanzo, ma anche la seconda risulta piacevole, perciò non sono troppo d'accordo con Fooz, Bourgeois e Soupart che sostengono, nel loro volume Chambres Closes, Crimes Impossibles (1997), come il ritmo cali vertiginosamente dopo l'attentato all'investigatore.
La Maison qui Tue, dunque, pur non arrivando a quelle memorabili vette tecniche che l'autore raggiungerà in La Bête Hurlante (1934) e in À Travers le Murailles (1936), è un ottimo romanzo d'esordio, assolutamente da non perdere. Chissà che le nostre case editrici, tra una porcheria e l'altra, non decidano anche di offrire della buona letteratura d'intrattenimento.

giovedì 30 aprile 2015

Corollario a Le traduzioni italiane di Agatha Christie - La morte nel villaggio

Qualche tempo fa, la traduttrice Diana Fonticoli è intervenuta qui sul blog, nel post dedicato alle traduzioni italiane di Agatha Christie, affermando l'ipotesi che la sua versione de La morte nel villaggio, pubblicata in un Omnibus ad inizio anni Novanta, sia stata perduta dalla Mondadori, e che per tale motivo, nelle successive ristampe del testo, era sempre stata scelta la traduzione di Giuseppina Taddei, risalente agli anni Trenta.
Oggi, in libreria, ho notato la presenza de La morte nel villaggio nella recentissima edizione Mondadori, quella con le copertine simili alle inglesi. Ebbene, anche qui è stata scelta la versione della Taddei. E siccome tutti gli altri libri della collana hanno come traduzione quella più recente, è chiaro che Diana Fonticoli aveva ragione.
È un peccato.

domenica 26 aprile 2015

The Mystery of 31 New Inn (Una carrozza nella notte, 1905) - Richard Austin Freeman

In questi ultimi mesi, in Italia, sta avvenendo una sorta di grande riscoperta di Richard Austin Freeman, uno dei maggiori scrittori di romanzi polizieschi dell'epoca edoardiana  e tra coloro che, ancora oggi, si leggono con più gusto.
Le sue opere sono state ripubblicate ultimamente da Castelvecchi, in due ottimi volumi, e Mondadori, che ha riscoperto anche un eccellente inedito del 1938.
Nella storia del mystery, Freeman è una figura chiave: inventore della "forma  romanzo" secondo Narcejac, è idealmente una sorta di raccordo tra il poliziesco di fine Ottocento e la Golden Age, tra Conan Doyle e Agatha Christie.
Il racconto di cui parliamo oggi, pubblicato in Italia da Polillo nel 2007, è il primo scritto da Freeman nel 1905 con protagonista il dottor Throndyke, l'investigatore scientifico per eccellenza. L'opera rimase però inedita fino al 1911, quando fu pubblicata sulla rivista Adventure; quell’anno Freeman lo ampliò fino a farlo diventare un romanzo, dal titolo The Mystery of 31, New Inn (1912). Ufficialmente, come ben si conosce, la prima apparizione dell'investigatore risale invece al 1907, con il romanzo The Red Thumb Mark (L'impronta scarlatta 1907).
La versione pubblicata Polillo è quella originale, che, sebbene acerba, mostra le tante abilità che hanno reso grande questo autore: trame intriganti costruite con cura, stile piacevole ma elegante, ritmo spedito e indizi astutamente disseminati nel testo.
La storia, dal punto di vista tematico e contenutistico, si attesta all'interno di una tradizione schiettamente sherlockiana: il dottor Jervis, il narratore, ha il tipico ruolo del dottor Watson, mentre Throndyke è un novello Holmes; la storia, inoltre, ha inizialmente toni da racconto di Conan Doyle. Il dottor Jervis, ormai arrivato a fine giornata lavorativa, viene contattato da tale J. Morgan per visitare il fratello, molto malato, nella propria abitazione. La richiesta è bizzarra perché, secondo le parole dell'uomo, il fratello ha espressamente richiesto di essere visitato da un medico non della zona. Perché tutta questa segretezza? E come mai il cocchiere che accompagna Jervis e il padrone di casa J. Morgan sembrano la stessa persona? 
Nonostante i rimandi a certi classici con protagonista Holmes siano evidenti (vedi L’avventura del pollice dell’ingegnere), la bravura di Freeman permette al racconto di prendere vie nuove e inesplorate. L'autore decide, e questa sarà una sua peculiarità, di intrecciare due storie apparentemente separate, che troveranno alla fine un imprevedibile congiungimento.
Il Dottor Throndyke non è ancora al massimo della forma (non ha ancora la valigetta e i suoi attrezzi) ma mostra già le sue vastissime conoscenze in campo legale, medico, chimico, ma anche letterario e storico, possiede un eccellente potere deduttivo ed è capace di spiegare avvenimenti apparentemente assurdi con grande coerenza e logica. 
Il grande passo in avanti compiuto da Freeman rispetto a Doyle riguarda senza dubbio la costruzione dell'intreccio e l'utilizzo degli indizi. Ce ne sono tanti e alcuni di essi non mancheranno di sorprendere il lettore.

Il racconto si legge in poco più di un'ora, e diverte moltissimo.

venerdì 10 aprile 2015

The John Dickson Carr Companion (James E. Keirans, 2015)

Ci sono gli scrittori di mystery, e poi c'è John Dickson Carr.
James E. Keirans, appassionato studioso, ha appena pubblicato grazie alla casa editrice Ramble House una delle più importanti opere sul Maestro americano. Questo massiccio volume di oltre 400 pagine va a formare una indissolubile coppia con la celebre biografia di Carr, scritta da Douglas Greene nel 1995, John Dickson Carr: The Man who Explained Miracles.
Questo testo di Keirans è essenzialmente da consultazione ed è strutturato alfabeticamente dalla A di Aaronson (bizzarro personaggio che appare nel romanzo And so to Murder) alla Z di Zia Bey (un'americana sui quaranta che muore nel capolavoro Nine-and Death Makes Ten, appena ripubblicato da Mondadori).
L'opera include quasi tutti i personaggi, maggiori, minori e reali (Hitler, Picasso, Monet etc) apparsi o citati nelle opere poliziesche di Carr, con descrizione e caratteristiche; troverete, alfabeticamente, nominati tutti i romanzi, i racconti, i radiodrammi, gli articoli, i saggi, le recensioni, e ancora tutti i luoghi in cui l'autore americano ha condotto i propri lettori (bar, pub, club, stazioni, ristoranti etc). Potrete trovare tutto ciò che concerne gli alcolici (di cui era un appassionato), le automobili, le parole latine, i proverbi, le residenze di Fell e Merrivale, le case di campagna, le citazioni, oltre a tutti i metodi di assassinio, dal colpo di pistola all'avvelenamento.
Qualche tempo fa, lo stesso Keirans aveva pubblicato un breve saggio (mi sembra sulla rivista CADS) in cui trattava di "avvelenamenti e avvelenatori" nel corpus carriano.
Insomma, in questo The John Dickson Carr Companion c'è tutto l'amore possibile per un autore che non smetterà mai di far sognare i propri lettori, e che merita un'opera così. 

mercoledì 1 aprile 2015

Il banchiere assassinato (Augusto De Angelis, 1935)

Una Milano sfuggente, avvolta dalla nebbia e coperta da una fastidiosa umidità apre questo romanzo scritto nel 1935 dal maggiore autore italiano di romanzi polizieschi del ventennio, Augusto De Angelis.
Fine letterato prestato alla narrativa gialla, De Angelis si approccia al genere con grande intelligenza ed acume, dimostrando ampie letture e un non comune eclettismo.
Milano è, sfortunatamente, un semplice sfondo per un romanzo giocato quasi esclusivamente in interni (in particolare quello di casa Aurigi, il luogo del delitto), dove si intrecciano le storie di diversi personaggi appartenenti a differenti ceti sociali (nobili decaduti, arricchiti che hanno distrutto il capitale, proletari). Le vicende ruotano attorno al delitto del banchiere Carlini, ucciso da un colpo di pistola all'interno dell'appartamento di Giannetto Aurigi, e al triangolo amoroso che unisce quest'ultimo, la fidanzata e un giovane ragazzo dal passato difficile.
Ad indagare c'è il Commissario De Vincenzi, qui alla sua prima apparizione, uomo di grande acume ma anche profondamente umano nella sua severità e austerità.
Tra echi genuinamente simenoniani (il prologo nella squallida Questura, con l'enfasi sulla caldaia, ricorda quello di Pietr il Lettone di Simenon), stoccate al modello poliziesco anglosassone (bastano poche pagine all'autore per schernire il metodo investigativo tutto "cellule grigie" dell'investigatore privato Harrington) e qualche dialogo enfatico di troppo, il romanzo si legge con piacere. E questo si deve soprattutto al talento narrativo dell'autore, che sorretto da una prosa quasi esclusivamente dialogica costruisce una vicenda umana e credibile.
Il romanzo somiglia molto a un dramma teatrale (parola che ricorre spesso nel testo), sia per la struttura narrativa che per l'ambientazione. L'intreccio poliziesco non entusiasma, ma è sufficiente per intrattenere e rendere piacevole la lettura. Il movente dell'assassino, tuttavia, convince poco.
Le vicende politiche sono lontane, fino all'ultima pagina, quando un rinvigorito Giannetto Aurigi si presenta dal suo salvatore De Vincenzi (erano vecchi amici e compagni di collegio) per annunciargli la partenza per l'Abissina. A De Vincenzi scappa una lacrima, ma di certo per l'addio dell'amico, non perché toccato da ideali patriottici.
Questo romanzo, pur lontano dalle migliori opere dell'autore, presenta più di un elemento d'interesse, e ci consegna un De Angelis intellettuale di spessore, curiosissimo e aperto. La sua attività di giornalista, diffusore del romanzo poliziesco in Italia e critico letterario (alcune sue pagine sono davvero illuminanti), sono sempre lì a testimoniarlo con forza.

venerdì 20 marzo 2015

Carissimo Maigret, Mon Cher Montalbano - Sky Arte

Questi giorni, Sky Arte trasmette un piacevolissimo dialogo tra Andrea Camilleri, creatore del Commissario Montalbano, e John Simenon, figlio del grande Georges, padre di Maigret. All'interno di casa Camilleri, o almeno così pare, i due affrontano svariati argomenti che caratterizzano l'universo poliziesco: John descrive l'arte del padre, i motivi che lo hanno spinto a smettere di scrivere polar per poi ricominciare, rammenta ricordi d'infanzia e di gioventù, e giudica l'opera del padre alla luce dell'incredibile popolarità contemporanea dei suoi testi, di cui probabilmente Georges sarebbe stupefatto.
Camilleri, sempre straordinariamente lucido e coerente, esalta il proprio amore per l'autore belga, ricorda i primi passi nel mondo della televisione (con la serie televisiva) e del poliziesco, parla di Zingaretti e Gino Cervi, i suoi traduttori e la sua lingua, come si è modificata nel corso del tempo, e di tanto altro.
Nel mezzo di questo delizioso dialogo fuoriescono frasi quantomeno discutibili (Simenon come inventore del "romanzo poliziesco europeo"), che rientrano nella logica con cui Camilleri considera il genere poliziesco (una gabbia, in cui ci si può muovere quasi con difficoltà), logica che io, umilmente, amando l'autore, non condivido, e che anzi ritengo responsabile di una certa decadenza letteraria degli ultimi romanzi. Ma il mio pensiero - quando un romanzo poliziesco diventa inconcludente nel suo intreccio, è inevitabile che si trasformi in un romanzo meno potente e convincente - non conta. Se potete, guardatevi questo piccolo gioiello: dura una mezz'ora, e piacerà sia agli amanti di Simenon che a quelli di Camilleri.

sabato 7 marzo 2015

All But Impossible (1981) a cura di Edward Hoch - La prima lista delle migliori camere chiuse di sempre

Nel 1981 il grande novellista Edward Hoch, uno dei maggiori scrittori di racconti polizieschi del secolo scorso, convocò 17 tra i più importanti studiosi e scrittori di mystery con l'obiettivo, estremamente ambizioso, di stilare la classifica delle migliori locked room mai scritte. I nomi scelti da Hoch erano a dir poco altisonanti: tra questi Frederic Dannay, Howard Haycraft, Douglas G. Greene, Julian Symons, Jack Adrian, Bill Pronzini, Jacques Barzun, Otto Penzler, Francis Nevins e, ovviamente, il grande Robert Adey, che ci ha purtroppo lasciati all'inizio di questo gennaio.
Questi dovevano scegliere un massimo di dieci titoli in ordine di preferenza, e non potevano essere inseriti più di cinque testi per singolo autore.
La scelta di comporre una lista che sia anche una classifica, e non semplicemente una serie di titoli, rende il compito ancora più arduo e non esente da rischi. Ma Hoch lo sapeva, e per questo ha voluto contattare studiosi di grande appeal e conoscenza. Sorprende, e questo lo hanno fatto notare in molti, la mancanza di critici non anglosassoni, e ciò ha come conseguenza principale la quasi totale esclusione di testi francesi, l'unica nazione che qualitativamente può rivaleggiare con l'Inghilterra e gli Stati Uniti.
Da questo sublime conclave sono scaturiti 15 titoli, tutti di autori anglosassoni, con l'esclusione di Gaston Leroux (Il mistero della camera gialla, 1907), al terzo posto.
La classifica, secondo la mia personalissima opinione, ha dei difetti importanti, in primis strutturali (l'idea della classifica), ma anche dovuti ad un certo conflitto di interessi (Frederic Dannay è una delle metà Ellery Queen, Francis Nevins il massimo biografo dei Queen, mentre Greene lo è di Carr). Non mancano quindi i dubbi sulla scelta dei giurati (cosa ci fa Symons che non ha mai particolarmente amato questo tipo di romanzi?) e anche sui titoli. Essi riflettono perfettamente il pensiero e le opinioni di quel periodo, con i suoi pregi e difetti. Vediamoli, giudicandoli sulla base dei parametri e dei criteri contemporanei, alla luce delle nuove classifiche stilate da altri autorevoli studiosi (Lacourbe, Adey stesso, ed altri).
1 The Hollow Man (John Dickson Carr, 1935)

Tradotto in italiano come Le tre bare, è il punto di riferimento fondamentale per chiunque si avvicini alle camere chiuse, ma più in generale al mystery Golden Age. La maggior parte dei critici contemporanei, quando trattano questo romanzo (penso a Michael Cook, nel 2011), riferisce il fatto che sia unanimemente considerato il miglior locked room mystery di sempre. La vittoria in questa classifica fu infatti schiacciante, e il romanzo è di per sé il paradigma del genere, e la sua apoteosi. 
Riflette tutto il genio del più grande mystery writer del Novecento, che modifica un gioco di prestigio osservato nello show Maskelyne Mysteries aggiungendo una variante tratta dal libro Secrets of Houdini
Doveva intitolarsi Vampire Tower e vedere il ritorno di Henri Bencolin dopo 3 anni di assenza, ma le cose andarono diversamente. Carr gettò via ciò che aveva scritto, inserì il Dr. Fell e ne uscì uno dei più mirabolanti, geniali, machiavellici capolavori che questo genere letterario ci abbia mai consegnato. Io credo che le camere chiuse si dividano in due categorie: gli enigmi cervellotici risolti in maniera cervellotica, e quelli ugualmente complessi ma risolti in modo semplice. Questo appartiene alla prima categoria.
È la più grande camera chiusa di sempre? Si può discutere, ma di certo non è il capolavoro assoluto di Carr. E ciò chiarisce per quale motivo nessuno sarà mai come lui.

2 Rim of the Pit (Hake Talbot, 1944)

Da quando è stato riscoperto, nel 1985 da Douglas Greene, il nome di Hake Talbot non ha mai smesso di essere celebrato come geniale costruttore di enigmi, di atmosfere e di camere chiuse. Ci sarebbe molto da parlare su di lui, ma mi limiterò a dire che tutti gli studiosi sono concordi nel ritenerlo un maestro assoluto. Il suo corpus (fatto di due racconti e due romanzi scritti tra il 1940 e il 1948) sfrutta la camera chiusa nei modi più sfaccettati, applicando le enormi conoscenze che l'autore aveva in fatto di magia e prestidigitazione (è stato insegnante teatrale e mago professionista). 
I suoi testi sono un continuo accumulo di impossibilità che non di rado finiscono per creare un surplus di sovrannaturale, facendo sì che il lettore smetta di credere troppo presto alle sue illusioni. A differenza di Carr quindi, Talbot, nonostante ricorra spesso alle atmosfere fantastiche, non è uno scrittore "fantastico". 
Io non sono un suo grande fan, e tantomeno lo sono di Rim of the Pit, un romanzo zoppicante, troppo ambizioso, a tratti asettico, che non rende giustizia all'impalcatura preparata nel plot. Il risultato è altalenante, e secondo me incredibilmente sopravvalutato. Uno dei primi recensori di Talbot fu Carr, che sulle colonne dell'Harper's Magazine nel 1965 scrisse «explanations seem little thin» ma conclude dicendo «don't argue with it, read it».
Imparagonabile al precedente The Hangman's Handyman (1942, Terrore nell'isola), non presente in questa classifica ma molto più riuscito. Le 5 stelle date da Lacourbe nel recente 1001 Chambres Closes ad entrambi i romanzi, e la loro presenza in tutte le classifiche, smentisce categoricamente le mie umili affermazioni.

3 Le Mystère de le chambre jaune (Gaston Leroux, 1907)

Il mistero della camera gialla, unico romanzo francese in lista, compare al terzo posto. È un capolavoro, un testo fondamentale anche se di chiara tradizione zangwilliana. Difficile dire se sia o meno da terzo posto; probabilmente no, perché qualitativamente ci sono moltissimi testi superiori, ma le problematiche delle classifiche sono proprio queste: si privilegia la qualità, l'innovatività, o qualcos'altro?

4 - The Crooked Hinge (John Dickson Carr, 1938)

L'automa, il romanzo che stregò il giovane Robert Bruce Montgomery e lo convinse a scrivere polizieschi sotto lo pseudonimo di Edmund Crispin. Un testo per alcuni versi ambiguo (una soluzione azzardata) ma scritto, concepito e realizzato superbamente. Mescola stregoneria, magia, Titanic e tanto altro in un miscela ancora oggi insuperata. Secondo molti il capolavoro di Carr. Secondo me no, ma vederlo dietro Leroux e Talbot è un insulto.


5 The Judas Window (John Dickson Carr, 1938)

Se The Hollow Man è l'emblema dell'impossibile risolto in modo complesso e tortuoso, The Judas Window rappresenta l'esempio opposto. Ci sono due uomini in una stanza ermeticamente chiusa: uno è vivo ma stordito, l'altro è morto per colpa di una freccia scoccata da una balestra. Ah, quello vivo non è l'assassino.
Semplicemente la più sublime camera chiusa mai scritta, e della stessa opinione sono Douglas Greene e Robert Adey. 
Invidio tutti coloro che non hanno mai letto questo testo, davvero. Disarmante manifestazione di genialità, e di una perfezione narrativa unica. Inspiegabile vederlo al quinto posto. Messaggio per tutti coloro che considerano i testi della Golden Age "semplici puzzle" o roba da cruciverba. Leggete questo, e andrete a prendere i vostri Deaver, Patterson o Nesbo dalla libreria per attizzare un po' di fuoco, ideale con questo freddo.

6 The Big Bow Mystery (Israel Zangwill, 1891)

C'è la sesta piazza per questo romanzo che dal punto di vista dell'enigma è sopraffino, oltre che profondamente in anticipo sui tempi e innovativo. Certo, se parliamo di "letteratura" non ci siamo proprio, ma la tradizione del locked room mystery come conosciuto oggi si deve a questo romanzo, e alla sua geniale soluzione finale.

7 Death From a Top Hat (Clayton Rawson, 1938)

La quintessenza dell'illusionismo puro applicato al mystery: pur non essendo un grande costruttore di atmosfere, nessuno è secondo a Rawson nel creare enigmi cervellotici, in cui si muovono prestigiatori (come l'investigatore, Merlini), scassinatori, medium, lettori del pensiero e giocatori di carte. Questo romanzo è un autentico fuoco pirotecnico dalla prima all'ultima pagina, pieno di trovate geniali, false piste, spiegazioni contorte ma sorprendenti e colpi di scena. Meriterebbe una posizione più alta, perché pochi testi nella storia del poliziesco possono rivaleggiare dal punto di vista tecnico col grande Clayton, non a caso mago e prestigiatore di prim'ordine. 

8 The Chinese Orange Mystery (Ellery Queen, 1934)

Difficile capire la presenza di questo Delitto alla rovescia, uno dei più controversi e ambigui polizieschi della Golden Age. Sia chiaro, per me resta un testo di altissimo livello, con uno degli intrecci più affascinanti che questo genere abbia mai partorito (una stanza dove l'intero arredamento è rovesciato, e dove anche il cadavere ha i propri vestiti completamente alla rovescia). Ma ci sono vari problemi: secondo alcuni non è una camera chiusa tout court, e sicuramente la spiegazione finale appare forzata. Ma soprattutto il romanzo del 1937 The Door Between (La porta chiusa) gli è infinitamente superiore sotto ogni punto di vista, ma nella classifica non appare. Perché?

9 Nine Times Nine (Anthony Boucher, 1940)

Romanzo stupendo: divertente, scorrevolissimo, di rara piacevolezza, e la camera chiusa è eccellente. C'è anche una conferenza sulle camere chiuse che fa la parodia di quella di Carr ne Le tre bare che è davvero una delizia. Ma essere nella top15 mi sembra eccessivo.

10 The Peacock Feather Murders (John Dickson Carr, 1937)

Il mistero delle penne di pavone. Per chi è appassionato di delitti impossibili basta il titolo di questo capolavoro. Il problema di stilare una classifica e inserire il Maestro è proprio questo: o tutto si riduce a una top15 Carr oppure si commetteranno irrimediabilmente degli errori. Vederlo in questa classifica certamente non è un errore.

11 The King is Dead (Ellery Queen, 1952)

La presenza di questo romanzo è ai miei occhi inaccettabile. Incomprensibile davvero, perché l'enigma proposto è nulla più che buono, e il valore letterario complessivo non raggiunge certo le vette scalate dal duo Dannay-Lee. L'unico di questa top15 che toglierei al 100%.

12 Through a Glass Darkly (Helen McCloy, 1950)

È un capolavoro? Assolutamente si. Ipnotico, malefico, ingegnoso e appassionante. È una camera chiusa? Ne dubito. Ma tutti la considerano tale, perciò chino il capo.

13 He Wouldn't Kill Patience (John Dickson Carr, 1944)

Ancora Carr, e ancora un capolavoro. Ma rimangono fuori The Plague Court Murders, The Problem of the Green Capsule, e soprattutto (sacrilegio!) He Who Whispers

14 Too Many Magicians (Randall Garrett, 1967)
14 Invisible Green (John Sladek, 1977)

Finiscono a pari merito questi due romanzi così diversi ma così ugualmente brillanti e geniali. ll primo è talmente complesso, bizzarro e divertente che davvero mi spiacerebbe farne una recensione rapida (nelle sue caratteristiche è unico). Del secondo abbiamo parlato poco tempo fa, scritto da John Sladek nel 1977: parodico, auto-referenziale, pieno di citazioni, sprizza ingegnosità da ogni pagina. E in una top15, o questo o Black Aura (1974) non possono mancare.

Questa lista può far storcere il naso, soddisfare o no. Certamente la mancata presenza di gente come Vindry, Boileau, Boca o Lanteaume è imperdonabile, e lo stesso vale per Leo Bruce (A Case for Three Detectives, 1936), Alan Green (What a Body!, 1949),  Derek Smith (Whistle Up the Devil, 1953) e Alan Thomas (The Death of Laurence Vining, 1929).
I 15 romanzi in classifica sono stati tutti tradotti in Italia, anche se il romanzo di Rawson circola in una versione raccapricciante per quanto tagliata.
Che siate soddisfatti o meno, vi auguro buon divertimento col più splendido gioco del mondo!