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sabato 16 gennaio 2016

Mystery at Friar's Pardon (1931) - Martin Porlock

Mystery at Friar's Pardon è il primo dei tre romanzi firmati Martin Porlock, uno dei tanti pseudonimi usati dal grandissimo scrittore Britannico Philip MacDonald. Il romanzo fu originariamente pubblicato nel 1931, ed è usualmente considerato uno dei capolavori dell'autore. Io, nonostante ami moltissimo MacDonald come narratore, devo dire di avere un'opinione completamente differente.
Il testo introduce la figura ricorrente di Charles Fox-Brown: orfano sin dall'età di tredici anni, si arruola per combattere durante la Prima Guerra Mondiale e riesce a fare velocemente carriera. Una volta terminato il conflitto, inizia a lavorare come gestore e amministratore di proprietà. Ed è proprio questo il compito che gli affida l'eccentrica Enid-Lester-Green, scrittrice di successo, che ha di recente acquistato la bellissima Friar's Pardon, una country-house dal passato fosco. Si dice infatti sia stata teatro di morti misteriose e inquietanti, con i proprietari trovati annegati sempre nella medesima stanza totalmente priva di acqua, sia sui vestiti sia sugli arredi. Ma la scrittrice non ha alcuna intenzione di stare a sentire queste voci, e decide di adibire propria la stanza della morte a studiolo in cui lavorare. Ben presto strani avvenimenti iniziano a turbare la tranquilla e serena vita di campagna, tra oggetti che scompaiono, mani che si librano da sole nell'aria e rumori sinistri. Che si aggiri forse un fantasma capace di attraversare i muri? Quando la padrona di casa viene trovata morta annegata in una stanza sigillata dall'interno ma totalmente priva d'acqua, qualcuno inizia sul serio a pensare al sovrannaturale.
Le premesse per un capolavoro ci sono tutte. C'è una casa infestata dai fantasmi,  una forte attrazione per l'occulto e il sovrannaturale, un'atmosfera da incubo e una elettrizzante, almeno in teoria, seduta spiritica finale. Tutto questo mostra come i grandi classici della Golden Age siano tutt'altro che romanzi scritti per soddisfare meramente l'intelletto, ma siano pesantemente attraversati dalla spossessante forza del fantastico. 
Se le intenzioni sono grandiose, però, MacDonald non azzecca sostanzialmente niente. Dopo un prologo ben scritto, il ritmo inizia a bordeggiare tra il lento e il soporifero, con l'autore che impiega quasi 150 pagine per caratterizzare atmosfera e personaggi senza riuscirci. È tutto troppo verboso, superficiale e accademico per attrarre davvero il lettore, che viene degnato del delitto solo a metà romanzo. E anche quando arriva, il ritmo non cresce, la detection è piena di prolissità, il colpevole diviene alla fine facilmente intuibile e la 'finta' seduta spiritica di chiusura sfiora il ridicolo. I personaggi, inoltre, per quanto l'autore si sforzi, non convincono e rimangono tutti in superficie, la polizia fa una figura imbarazzante e il deus-ex-machina Fox-Brown è una pallida copia dei buoni detective creati dall'autore.
La nota dolente coinvolge anche la camera chiusa, all'apparenza estremamente intrigante. MacDonald ostenta la 'non-naturalità' del delitto, ma per risolverlo ricorre ad un vecchio trucco già usato anni prima da Edgar Wallace e che due anni dopo userà anche Van Dine. Preso nel suo complesso, questo trucco è puramente 'meccanicistico' e delude. Ed è, purtroppo, la ciliegina sulla torta di uno dei più frastornanti insuccessi firmati dal sempre grande Philip MacDonald.
È stato pubblicato in Italia da Polillo col titolo La villa dei delitti.

venerdì 15 agosto 2014

The Maze (Persons Unknown, Il labirinto, 1932) - Philip MacDonald



Philip MacDonald, uno dei grandi rivoluzionari del poliziesco anglosassone, ha sperimentato ogni angolatura del mystery, ne ha scandagliato gli schemi per innovarne le strutture chiave e le consuetudini. 
Abbiamo già parlato di lui nel post dedicato al suo esordio, The Rasp (Campana a morto, 1924). Con questo The Maze, conosciuto anche come Persons Unknown, pubblicato nel 1932, lo scrittore inglese porta alle estreme conseguenze il palinsesto del whodunit, che arriva ad una sorta di punto di non ritorno. Il romanzo a enigma, basato sul puzzle e sul gioco leale tra lettore e scrittore, diviene ludico intrattenimento, per una sfida al lettore totalizzante ed eccitante. Non ci sono abbellimenti stilistici in questo romanzo, né descrizioni o caratterizzazioni dei personaggi, ma solamente l’intera serie di deposizioni in tribunale, la nuda e cruda versione dei fatti, esposta progressivamente dalle varie parti in causa. Nell'introduzione dice:
«Ho dato a questo libro il sottotitolo di un esercizio di investigazione. Ho voluto usare la parola esercizio deliberatamente , volendo intendere con ciò un'esercitazione non solo da parte mia, ma anche da parte di qualunque lettore che abbia la costanza di arrivare fino in fondo. Nelle parti seconda, terza e quarta del libro [...] sono contenute tutte le informazioni su cui Gethryn ha lavorato in seguito». 
Mai come in questo caso il lettore si trova sullo stesso piano dell’investigatore, un Gethryn vacanziero, a cui viene spedito l’intero riassunto delle deposizioni, nella speranza che lui possa trovare qualcosa dove gli altri vedono solo del buio. MacDonald critica aspramente «i libri in cui l'investigatore può avere un ingiusto vantaggio su chi legge [...] Questa è una storia leale», scrive.
L’intreccio, semplice e lineare, rispetta tutti i canoni della detection classica: Maxwell Brunton, fascinoso uomo d'affari ma dal carattere piuttosto complicato, viene ritrovato cadavere nel suo studio, ucciso con un'arma contundente, probabilmente a seguito di un litigio. La maggior parte degli ospiti della casa aveva un valido movente per uccidere: il segretario e il maggiordomo testimoniano gli screzi familiari, la moglie la sua continua infedeltà coniugale, la cameriera ammette di aver visto l'amica della moglie di Brunton entrare nello studio della vittima durante la notte. Ma Brunton era anche molto ricco e i suoi soldi potevano far gola a tanti..


In questo romanzo-rompicapo abbondano, come vuole la tradizione, sospettati, indizi, false piste, testimonianze vere e fasulle, ma nonostante l’apparente lentezza, il sublime senso del ritmo di MacDonald rende la narrazione leggerissima, scorrevole e incalzante, come se esistesse una sottile e impercettibile variazione di tono che solo lo scrittore inglese è in grado di ricreare. 
Negli anni del Cluedo, dei giochi in scatola e del romanzo-cruciverba (come era definito dai suoi detrattori), MacDonald sceglie di mostrare cosa sia davvero il puro rompicapo enigmistico applicato ad un testo letterario: un appassionante indovinello che stuzzica la mente di ogni lettore, un enorme labirinto da cui si tenta di fuggire, con in premio, magari, la soddisfazione di arrivare alla soluzione prima di tutti. 
Non sono molte le falle concrete nelle testimonianze dei personaggi, e bisogna stare molto accorti per riuscire a individuare la crepa fondamentale. A partire da ciò si sviluppa l’ottima ragionamento analitico di Gethryn, che fondando le proprie deduzioni sulle quattro stranezze della vicenda, individua l’identità dell’assassino, nonostante le prove per incastrarlo non esistano. 
Non mancano alcune forzature psicologiche del detective (soprattutto riguardo i comportamenti umani, di vandiniana memoria) ma nel complesso il gioco è perfettamente leale, e la soluzione di grande spettacolarità. 
The Maze è la maggior espressione del whodunit come puro godimento intellettuale, come gioco ad armi pari. Ed è un piacevole invito agli scrittori del tempo a mischiare nuovamente le carte, a ribaltare gli schemi, a muovere le pedine, per andare avanti.
In Italia è stato tradotto da Marilena Caselli, e pubblicato il 7 dicembre 1993, nel numero 701 dei Classici del Giallo Mondadori.

martedì 8 aprile 2014

The Rasp (Campana a morto, 1924) - Philip MacDonald, l'esordio di un Genio





Il periodo immediatamente successivo alla fine del primo conflitto mondiale è particolarmente vibrante per la storia del poliziesco: iniziano ad esordire alcuni tra i più grandi Maestri del genere, chi per motivi economici e finanziari, chi per semplice diletto. Prima la Christie, poi Crofts, Milne, Sayers, Berkeley, Van Dine etc. 
Ma nel 1924 sarà la volta di uno dei più geniali, inventivi e terribilmente sottovalutati autori inglesi dell'intero secolo: Philip MacDonald. Nato a Londra nel 1900, fa il suo esordio a 24 anni con questo whodunit puro, che trae i propri modelli da Bentley (le ambientazioni), Freeman (lo studio e la disseminazione di indizi), Crofts (gli alibi inattaccabili), oltre ai già citati Christie & co.
Questo romanzo non è un capolavoro, ma è un'opera prima promettente, non priva di spunti. In Italia viene tradotto negli anni 70 da Frances Dunitz con l'incomprensibile titolo Campana a morto: la versione che circola ancora oggi è decisamente invecchiata, ma leggibile.
Un importante personaggio politico britannico viene ritrovato ucciso nel suo studio, con la testa orribilmente fracassata da una sorta di attizzatoio (la rasp del titolo). Il redattore del giornale "Il gufo", con lo scopo di indagare e avere notizie, chiede aiuto all'amico Anthony Gethrin, ex colonnello ed agente segreto. Sui 30 anni, di bell'aspetto ma leggermente zoppo e attraversato da una feroce crisi esistenziale, Gethrin vede questa occasione come il modo per uscire da questo tunnel depressivo. Per questi versi somigliante a Holmes (con le sue crisi dovute alla mancanza di stimoli intellettuali), l'ex colonnello si avvicina più ad un Wimsey: tuttologo, matematico ma artista, calcolatore ma umanista, vigoroso, forte, sicuro. Peccato che si innamori follemente di una delle ragazze sospettate, che minerà le sue certezze fino quasi allo sgretolamento, non prima di aver risolto il caso. 
Impossibile che MacDonald non abbia in mente la storia d'amore (?) con protagonista Philip Trent in Trent's Last Case di Bentley (La vedova del miliardario, 1913), ma in The Rasp assume tutta un'altra connotazione: più passionale, meno parodica, molto meno sghignazzante, certamente più zuccherosa e melodrammatica, che ha fatto inevitabilmente  invecchiare il romanzo più del dovuto.
All'interno di un genere dai contorni frastagliati e non ancora codificati, MacDonald entra a piedi uniti, sceglie la formula del whodunit gestendola con sapienza, con una mano ampiamente più ferma di quello che ci si aspetterebbe da un esordio. 
Ma i difetti e le incongruenze sono notevoli: i personaggi vivono di stereotipi, l'intreccio mantiene una instabile solidità ma gli indizi sono spesso di clamorosa ingenuità e certe spiegazioni sfiorano l'assurdo. La soluzione è logica e coerente, ma il numero di pagine con cui viene spiegata (come sottolinea Nick Fuller per GAdetection[1]) è eccessivo, vista la semplicità dell'enigma. 
L'elemento più riuscito è certamente il modo in cui Gethrin smonta un alibi apparentemente inattaccabile, come era solito fare, in questo periodo, quel brillante artigiano dal nome Freeman Wills Crofts.
Nel complesso dunque, questo romanzo pone delle buone basi per il futuro: MacDonald mostra piglio narrativo, la storia scorre bene e il tutto si legge in qualche ora, con leggerezza. 
John Dickson Carr, nel suo The Greatest Game in the World (1946), lo inserisce inizialmente come uno dei suoi dieci polizieschi preferiti, per poi sostituirlo (senza dubbio giustamente) con Murder Gone Mad (La morte è impazzita, 1931).
Barzun e Taylor, i due esigenti critici di A Catalogue of Crime, parlano di un romanzo che ha fatto scuola, pur all'interno di un palinsesto poliziesco oggi prevedibile[2]. L'opera non è apprezzata invece dal critico francese Roland Lacourbe: insieme agli esperti belgi Fooz, Soupart e Bourgeois, inserisce The Rasp nel recente volume 1001 chambres closes, definendolo poco accattivante, poco inventivo e stereotipato [3]. Al di là del discorso se sia o meno un delitto impossibile (io credo di no, anche se sotto la finestra aperta non sono state trovate impronte), le critiche sono ineccepibili, ma colpiscono una sola faccia della medaglia e non tengono conto di alcune considerazioni da non sottovalutare. Mi sembra chiaro che, paragonato alle innovazioni contenute nei successivi romanzi dell'autore, quest'opera appaia scontata, un po' banale, ma è proprio per questo che è importante affrontare l'opera omnia di un autore partendo dagli inizi, così da essere privi di pregiudizi o possibilità di comparazione che offuscano il giudizio.
In un momento letterario non ancora preciso e coerente, The Rasp rappresenta un passo in avanti verso la presa di coscienza dei pregi (e limiti, come sostengo sempre) del whodunit. Un avanzamento non ancora solidissimo, ma importante per l'evoluzione del genere. Qualche anno più tardi, con The Maze (Il labirinto, 1930), MacDonald darà scacco matto al whodunit: siamo di fronte al non plus ultra di un genere, alla pietra tombale, come lo sono stati, nel cinema, Hard Boiled di Woo per il noir Hongkongese o Il grande Racket di Castellari per il poliziesco italiano. 
Muovendosi all'interno di tutte le forme del poliziesco, MacDonald sarà uno dei pochi autori a concepire romanzi ogni volta diversi, percorrendo terreni ancora mai battuti. Ancora oggi, un romanzo come Murder Gone Mad (La morte è impazzita, 1931) fa impallidire gran parte dei thriller basati sul tema del serial killer. 
Il critico Julian Symons, inserendo MacDonald tra i "farceurs", gruppo eterogeneo di autori secondo lui minori, contribuirà alla svalutazione del nome dell'autore. Un affronto letterario, prima che un mastodontico insulto alla carriera di un Maestro.
Come Giorgio Vasari, che stroncando gli affreschi del coro di San Lorenzo dell'ultimo Pontormo (perché in odore di eresia) genererà la sua successiva distruzione, così le critiche di Symons hanno creato una barriera critica, per lui e per altri grandi scrittori, che è necessario abbattere.
Chi non lo conosce, si segni il nome di Philip MacDonald, un uomo che ha cambiato per sempre il poliziesco.


1 http://gadetection.pbworks.com/w/page/7932167/The%20Rasp

2 J. Barzun, W. H. Taylor, A Catalogue of Crime, Harper & Row, 1989, p. 365
3 R. Lacourbe, Bourgeois, Fooz, Soupart, 1001 Chambres Closes, Semper AEnigma, 2013, p. 341