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giovedì 18 agosto 2016

Le Bête Hurlante (1934) - Noel Vindry

La Bête Hurlante rappresenta la sesta avventura del juge d’instruction provenzale M. Allou, ed è unanimemente considerato uno dei grandi capolavori dello scrittore francese Noel Vindry. Non a caso, è l’unico dei suoi romanzi ad essere stato ripubblicato singolarmente (nel 1949), dopo la prima edizione datata 1934. John Pugmire, per la Locked Room International, lo ha appena pubblicato in lingua inglese (è il secondo romanzo di Vindry da lui tradotto, dopo La Maison qui tue) con il titolo The Howling Beast. 

Se il romanzo precedente denotava qualche piccola pecca (soprattutto una certa macchinosità nella spiegazione del secondo delitto), La Bête Hurlante è invece un capolavoro assoluto, senza alcun dubbio uno dei maggiori delitti impossibili mai scritti in lingua francese.
Strutturalmente, è molto diverso dai tipici Golden Age novels anglosassoni: Pierre Herry, ricercato per omicidio, si imbatte in strada in M. Allou il quale, vedendolo in grande difficoltà fisica e mentale, lo invita a trascorrere qualche ora in una tavola calda per riprendersi dallo shock. Herry narra così una serie di situazioni incredibilmente bizzarre, che ruotano attorno a un inquietante castello situato vicino Versailles, e abitato dal cinico e violento cacciatore Saint-Luce. Quando Herry, con lo scopo di sorprendere l'amico, decide di fare visita al castello, trova Saint-Luce in compagnia dei coniugi Carlovitch, una strana coppia che non sembra avere nulla in comune con il padrone di casa. Quando, una notte, sia Herry sia Saint-Luce vengono aggrediti, e Mr Carlovitch scompare nel nulla, il dramma può iniziare. Non prima però che una misteriosa creatura inizi a ululare nella notte e a gettare scompiglio in tutto il castello e nella zona circostante.

Vindry mescola ingredienti classici da melodramma (una storia di adulterio, una statua rubata che porta con sé una maledizione) con altri che rimandano alla tradizione nera (un castello sperduto, personaggi misteriosi, creature inumane che ululano nella notte), ma tutto fa da preludio al doppio delitto impossibile che coincide con l'ultimo quarto di libro, di cui Herry è accusato. L'uomo, arrivato alla fine del suo resoconto, ha ormai perduto il senno: dopo tutto, se non è lui l’assassino, chi può aver commesso il doppio delitto? E soprattutto, come?
Il plot, complesso ma non difficile da seguire, è concepito con grande metodo e ingegno. Ogni piccolo elemento, per quanto insignificante o minore possa apparire inizialmente, trova in ultima istanza una spiegazione logica. La soluzione dell’enigma è magnifica, e possiede una particolarità eccezionale: nessuno dei personaggi interni alla storia conosce tutta la verità, e nemmeno l’assassino in persona ha in mano tutti i dettagli. Solo M. Allou è in grado di inserire ogni tassello al posto giusto, fornendo l'unica ipotesi plausibile al doppio crimine commesso. 

L’intero romanzo è narrato in forma dialogica, quasi del tutto priva di passaggi descrittivi e digressioni. La prosa di Vindry, per quanto scarna e secca possa apparire, è in realtà qui particolarmente potente ed efficace. L’autore è abile nel creare un’atmosfera di terrore sottile ma vivida e persistente. Come spesso accade nei romanzi francesi, il microcosmo dei personaggi è decisamente più importante della singola figura, per lo più appena sbozzata. Per quanto il cast di attori sia ridotto, Vindry è bravo a rendere elettrica l'interazione tra loro: il pastore solitario con il suo cane muto sono convincenti al di là del loro ruolo all'interno della trama, così come è ben resa la torbida passione che la signora Carlovitch scatena in tutti i personaggi maschili. Sebbene l’ambiente sembri quello di un mondo 'altro' — un isolato castello privo di contatti con l’esterno — la storia è credibile e realistica, e in più di una occasione si simpatizza per i personaggi.
Un clima crepuscolare e inquietante domina questo capolavoro dall'inizio alla fine. Da leggere.

martedì 5 maggio 2015

La Maison qui Tue (1932) - Nöel Vindry

La Maison qui Tue è il primo romanzo scritto da Noel Vindry, forse il massimo esponente della Golden Age del romanzo poliziesco francese. L'opera, mai più ripubblicata dopo la prima edizione del 1932, è stata finalmente riproposta in lingua inglese, tradotta da John Pugmire per la sua eccellente casa editrice, Locked Room International, con il titolo The House that Kills. Curiosamente il romanzo è uno dei pochi di Vindry pubblicati anche in Italia: uscì nel 1948 con l'ottimo titolo La villa dei cipressi, edito dalla Società Editoriale Italiana di Milano, con la traduzione, credo assolutamente non integrale, di Jacopo Mannozzi. 
Io non sono uno dei fortunati che ha avuto la possibilità di avere tra le mani l'edizione italiana, oggi rarissima e praticamente introvabile, e ho letto esclusivamente la versione inglese, sulla quale posso essere certo per ciò che riguarda accuratezza e professionalità: la traduzione di Pugmire ben si adatta ad uno stile, quello di Vindry, piuttosto semplice, ma scorrevole e piacevolissimo.
Noel Vindry, oggi praticamente sconosciuto al di fuori dei confini francesi, è in realtà uno dei grandi mystery writers europei degli anni Trenta: tra il 1932 e il 1937 scrisse dodici camere chiuse tra le più eccitanti e virtuosistiche dell'epoca, e non a caso venne definito da Thomas Narcejac "poète du roman problém". Assieme a Pierre Boileau, nel loro saggio dedicato alla narrativa poliziesca, i due fecero riferimento a Vindry sottolineando il suo incredibile virtuosismo e la sua capacità di ideare i puzzle più stupefacenti, a discapito, spesso, di una certa freddezza nella prosa.
Parlando esclusivamente di plot, dunque, in pochi possono rivaleggiare con il francese sul piano dell'ingegnosità: nei suoi romanzi si snodano infatti continue situazioni impossibili, risolte sempre con logica stringente e sublime agilità intellettiva.
Vindry, nato a Lione nel 1896, divenne juge d'instruction dopo il 1915 in un bellissimo paesino della Provenza, lo stesso luogo in cui si muove il suo investigatore, una sorta di alter-ego e pura macchina pensante, Monsieur Allou.
Allou esordisce in questo ottimo romanzo scritto e pubblicato nel 1932, anno eccezionale nella storia del mystery, che contiene ben tre situazioni apparentemente inspiegabili: il primo è un classico delitto di camera chiusa, il secondo un assassinio compiuto di fronte ad una folla di testimoni e nel terzo, solo tentato, la vittima è proprio Allou, colpito da un colpo di pistola nel proprio appartamento chiuso dall'interno.
Vindry mette già parecchia carne al fuoco, e dimostra di conoscere benissimo i classici, da Leroux, che amava moltissimo e riteneva l'emblema degli scrittori polizieschi, a Zangwill: se il secondo delitto è sin troppo arzigogolato e richiede qualche coincidenza di troppo, il primo è risolto con grande astuzia, e rappresenta un'eccellente variazione delle camere chiuse che campeggiano ne Il grande mistero di Bow e ne Il mistero della camera gialla.
Con Vindry possiamo effettivamente notare le differenze, numerose, che intercorrono tra i francesi e gli anglosassoni: qui l'interesse è quasi esclusivamente nel plot, nelle falde magmatiche del rompicapo e nel modus operandi dell'assassino, la cui identità, come spesso accade, è piuttosto semplice da individuare. Non whodunit dunque, ma howdunit
La prima parte, dove si respira un'atmosfera inquietante, è la migliore del romanzo, ma anche la seconda risulta piacevole, perciò non sono troppo d'accordo con Fooz, Bourgeois e Soupart che sostengono, nel loro volume Chambres Closes, Crimes Impossibles (1997), come il ritmo cali vertiginosamente dopo l'attentato all'investigatore.
La Maison qui Tue, dunque, pur non arrivando a quelle memorabili vette tecniche che l'autore raggiungerà in La Bête Hurlante (1934) e in À Travers le Murailles (1936), è un ottimo romanzo d'esordio, assolutamente da non perdere. Chissà che le nostre case editrici, tra una porcheria e l'altra, non decidano anche di offrire della buona letteratura d'intrattenimento.

sabato 28 giugno 2014

Jack in the Box - Jonathan Creek S01 E02 - 1997

Se David Renwick fosse vissuto negli anni Trenta avremmo avuto un altro Clayton Rawson o un altro Noel Vindry. Sceneggiatore TV, Renwick non ha mai scritto un romanzo poliziesco; ed è un vero peccato, perché siamo indiscutibilmente di fronte al più grande inventore di Camere Chiuse e Delitti Impossibili vivente, un uomo di sfrontata genialità che con la serie Jonathan Creek, in onda dal 1997, ha ideato alcune delle trame più innovative nel campo della Detective Story dei nostri tempi.
Non bisogna dimenticare che ha anche lavorato ad alcuni episodi del Poirot interpretato da David Suchet.
Quello che più separa Renwick da un Halter è l'ambientazione contemporanea delle sue storie: in un'era iper tecnologica come quella contemporanea è assolutamente più complicato creare situazioni impossibili da risolvere razionalmente, ed è per questo che quasi tutti gli altri si limitano al giallo storico.




                          



Jonathan Creek è una serie televisiva britannica della durata di 60' (escluso l'episodio pilota, che dura 90') in cui il protagonista, giovane assistente di un illusionista - sostanzialmente colui che gli prepara i trucchi - risolve delitti impossibili.
Dopo un primo episodio di grande livello - forse un po' complesso e tortuoso, ma sempre spettacolare - al secondo tentativo Renwick si dimostra al meglio di se stesso. Un vecchio attore comico viene ritrovato ucciso da un colpo di pistola alla tempia all'interno di un rifugio antiatomico a oltre 10m sotto terra, con due porte blindate chiuse dall'interno assolutamente impossibili da aprire da fuori. L'uomo impugnava una pistola, e per questo sembrerebbe un suicidio. Ma com'è possibile, visto che l'anziano aveva da tempo una forma di artrite deformante tale da non poter né tenere una pistola in mano né chiudere la porta? Gli indizi sono una lampadina da 40 watt contenuta in una scatola da 100 e un wc incellophanato ancora da installare.
Jack in the Box è una magistrale rappresentazione dell'onnipotenza dell'ingegno umano applicato al poliziesco, con una soluzione - a quanto sembra, usata qui per la prima volta - di una genialità semplicemente disarmante. Sorprende il giudizio di Lacourbe, che in 1001 Chambres Closes Annexes  si limita a un giudizio relativamente basso (***) rispetto alla media degli episodi; perché questo secondo episodio è davvero pazzesco.
Purtroppo non esiste in italiano, ma nella verdone dvd sono ovviamente disponibili i sottotitoli in inglese. Da non perdere per nessun motivo al mondo.