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sabato 7 marzo 2015

All But Impossible (1981) a cura di Edward Hoch - La prima lista delle migliori camere chiuse di sempre

Nel 1981 il grande novellista Edward Hoch, uno dei maggiori scrittori di racconti polizieschi del secolo scorso, convocò 17 tra i più importanti studiosi e scrittori di mystery con l'obiettivo, estremamente ambizioso, di stilare la classifica delle migliori locked room mai scritte. I nomi scelti da Hoch erano a dir poco altisonanti: tra questi Frederic Dannay, Howard Haycraft, Douglas G. Greene, Julian Symons, Jack Adrian, Bill Pronzini, Jacques Barzun, Otto Penzler, Francis Nevins e, ovviamente, il grande Robert Adey, che ci ha purtroppo lasciati all'inizio di questo gennaio.
Questi dovevano scegliere un massimo di dieci titoli in ordine di preferenza, e non potevano essere inseriti più di cinque testi per singolo autore.
La scelta di comporre una lista che sia anche una classifica, e non semplicemente una serie di titoli, rende il compito ancora più arduo e non esente da rischi. Ma Hoch lo sapeva, e per questo ha voluto contattare studiosi di grande appeal e conoscenza. Sorprende, e questo lo hanno fatto notare in molti, la mancanza di critici non anglosassoni, e ciò ha come conseguenza principale la quasi totale esclusione di testi francesi, l'unica nazione che qualitativamente può rivaleggiare con l'Inghilterra e gli Stati Uniti.
Da questo sublime conclave sono scaturiti 15 titoli, tutti di autori anglosassoni, con l'esclusione di Gaston Leroux (Il mistero della camera gialla, 1907), al terzo posto.
La classifica, secondo la mia personalissima opinione, ha dei difetti importanti, in primis strutturali (l'idea della classifica), ma anche dovuti ad un certo conflitto di interessi (Frederic Dannay è una delle metà Ellery Queen, Francis Nevins il massimo biografo dei Queen, mentre Greene lo è di Carr). Non mancano quindi i dubbi sulla scelta dei giurati (cosa ci fa Symons che non ha mai particolarmente amato questo tipo di romanzi?) e anche sui titoli. Essi riflettono perfettamente il pensiero e le opinioni di quel periodo, con i suoi pregi e difetti. Vediamoli, giudicandoli sulla base dei parametri e dei criteri contemporanei, alla luce delle nuove classifiche stilate da altri autorevoli studiosi (Lacourbe, Adey stesso, ed altri).
1 The Hollow Man (John Dickson Carr, 1935)

Tradotto in italiano come Le tre bare, è il punto di riferimento fondamentale per chiunque si avvicini alle camere chiuse, ma più in generale al mystery Golden Age. La maggior parte dei critici contemporanei, quando trattano questo romanzo (penso a Michael Cook, nel 2011), riferisce il fatto che sia unanimemente considerato il miglior locked room mystery di sempre. La vittoria in questa classifica fu infatti schiacciante, e il romanzo è di per sé il paradigma del genere, e la sua apoteosi. 
Riflette tutto il genio del più grande mystery writer del Novecento, che modifica un gioco di prestigio osservato nello show Maskelyne Mysteries aggiungendo una variante tratta dal libro Secrets of Houdini
Doveva intitolarsi Vampire Tower e vedere il ritorno di Henri Bencolin dopo 3 anni di assenza, ma le cose andarono diversamente. Carr gettò via ciò che aveva scritto, inserì il Dr. Fell e ne uscì uno dei più mirabolanti, geniali, machiavellici capolavori che questo genere letterario ci abbia mai consegnato. Io credo che le camere chiuse si dividano in due categorie: gli enigmi cervellotici risolti in maniera cervellotica, e quelli ugualmente complessi ma risolti in modo semplice. Questo appartiene alla prima categoria.
È la più grande camera chiusa di sempre? Si può discutere, ma di certo non è il capolavoro assoluto di Carr. E ciò chiarisce per quale motivo nessuno sarà mai come lui.

2 Rim of the Pit (Hake Talbot, 1944)

Da quando è stato riscoperto, nel 1985 da Douglas Greene, il nome di Hake Talbot non ha mai smesso di essere celebrato come geniale costruttore di enigmi, di atmosfere e di camere chiuse. Ci sarebbe molto da parlare su di lui, ma mi limiterò a dire che tutti gli studiosi sono concordi nel ritenerlo un maestro assoluto. Il suo corpus (fatto di due racconti e due romanzi scritti tra il 1940 e il 1948) sfrutta la camera chiusa nei modi più sfaccettati, applicando le enormi conoscenze che l'autore aveva in fatto di magia e prestidigitazione (è stato insegnante teatrale e mago professionista). 
I suoi testi sono un continuo accumulo di impossibilità che non di rado finiscono per creare un surplus di sovrannaturale, facendo sì che il lettore smetta di credere troppo presto alle sue illusioni. A differenza di Carr quindi, Talbot, nonostante ricorra spesso alle atmosfere fantastiche, non è uno scrittore "fantastico". 
Io non sono un suo grande fan, e tantomeno lo sono di Rim of the Pit, un romanzo zoppicante, troppo ambizioso, a tratti asettico, che non rende giustizia all'impalcatura preparata nel plot. Il risultato è altalenante, e secondo me incredibilmente sopravvalutato. Uno dei primi recensori di Talbot fu Carr, che sulle colonne dell'Harper's Magazine nel 1965 scrisse «explanations seem little thin» ma conclude dicendo «don't argue with it, read it».
Imparagonabile al precedente The Hangman's Handyman (1942, Terrore nell'isola), non presente in questa classifica ma molto più riuscito. Le 5 stelle date da Lacourbe nel recente 1001 Chambres Closes ad entrambi i romanzi, e la loro presenza in tutte le classifiche, smentisce categoricamente le mie umili affermazioni.

3 Le Mystère de le chambre jaune (Gaston Leroux, 1907)

Il mistero della camera gialla, unico romanzo francese in lista, compare al terzo posto. È un capolavoro, un testo fondamentale anche se di chiara tradizione zangwilliana. Difficile dire se sia o meno da terzo posto; probabilmente no, perché qualitativamente ci sono moltissimi testi superiori, ma le problematiche delle classifiche sono proprio queste: si privilegia la qualità, l'innovatività, o qualcos'altro?

4 - The Crooked Hinge (John Dickson Carr, 1938)

L'automa, il romanzo che stregò il giovane Robert Bruce Montgomery e lo convinse a scrivere polizieschi sotto lo pseudonimo di Edmund Crispin. Un testo per alcuni versi ambiguo (una soluzione azzardata) ma scritto, concepito e realizzato superbamente. Mescola stregoneria, magia, Titanic e tanto altro in un miscela ancora oggi insuperata. Secondo molti il capolavoro di Carr. Secondo me no, ma vederlo dietro Leroux e Talbot è un insulto.


5 The Judas Window (John Dickson Carr, 1938)

Se The Hollow Man è l'emblema dell'impossibile risolto in modo complesso e tortuoso, The Judas Window rappresenta l'esempio opposto. Ci sono due uomini in una stanza ermeticamente chiusa: uno è vivo ma stordito, l'altro è morto per colpa di una freccia scoccata da una balestra. Ah, quello vivo non è l'assassino.
Semplicemente la più sublime camera chiusa mai scritta, e della stessa opinione sono Douglas Greene e Robert Adey. 
Invidio tutti coloro che non hanno mai letto questo testo, davvero. Disarmante manifestazione di genialità, e di una perfezione narrativa unica. Inspiegabile vederlo al quinto posto. Messaggio per tutti coloro che considerano i testi della Golden Age "semplici puzzle" o roba da cruciverba. Leggete questo, e andrete a prendere i vostri Deaver, Patterson o Nesbo dalla libreria per attizzare un po' di fuoco, ideale con questo freddo.

6 The Big Bow Mystery (Israel Zangwill, 1891)

C'è la sesta piazza per questo romanzo che dal punto di vista dell'enigma è sopraffino, oltre che profondamente in anticipo sui tempi e innovativo. Certo, se parliamo di "letteratura" non ci siamo proprio, ma la tradizione del locked room mystery come conosciuto oggi si deve a questo romanzo, e alla sua geniale soluzione finale.

7 Death From a Top Hat (Clayton Rawson, 1938)

La quintessenza dell'illusionismo puro applicato al mystery: pur non essendo un grande costruttore di atmosfere, nessuno è secondo a Rawson nel creare enigmi cervellotici, in cui si muovono prestigiatori (come l'investigatore, Merlini), scassinatori, medium, lettori del pensiero e giocatori di carte. Questo romanzo è un autentico fuoco pirotecnico dalla prima all'ultima pagina, pieno di trovate geniali, false piste, spiegazioni contorte ma sorprendenti e colpi di scena. Meriterebbe una posizione più alta, perché pochi testi nella storia del poliziesco possono rivaleggiare dal punto di vista tecnico col grande Clayton, non a caso mago e prestigiatore di prim'ordine. 

8 The Chinese Orange Mystery (Ellery Queen, 1934)

Difficile capire la presenza di questo Delitto alla rovescia, uno dei più controversi e ambigui polizieschi della Golden Age. Sia chiaro, per me resta un testo di altissimo livello, con uno degli intrecci più affascinanti che questo genere abbia mai partorito (una stanza dove l'intero arredamento è rovesciato, e dove anche il cadavere ha i propri vestiti completamente alla rovescia). Ma ci sono vari problemi: secondo alcuni non è una camera chiusa tout court, e sicuramente la spiegazione finale appare forzata. Ma soprattutto il romanzo del 1937 The Door Between (La porta chiusa) gli è infinitamente superiore sotto ogni punto di vista, ma nella classifica non appare. Perché?

9 Nine Times Nine (Anthony Boucher, 1940)

Romanzo stupendo: divertente, scorrevolissimo, di rara piacevolezza, e la camera chiusa è eccellente. C'è anche una conferenza sulle camere chiuse che fa la parodia di quella di Carr ne Le tre bare che è davvero una delizia. Ma essere nella top15 mi sembra eccessivo.

10 The Peacock Feather Murders (John Dickson Carr, 1937)

Il mistero delle penne di pavone. Per chi è appassionato di delitti impossibili basta il titolo di questo capolavoro. Il problema di stilare una classifica e inserire il Maestro è proprio questo: o tutto si riduce a una top15 Carr oppure si commetteranno irrimediabilmente degli errori. Vederlo in questa classifica certamente non è un errore.

11 The King is Dead (Ellery Queen, 1952)

La presenza di questo romanzo è ai miei occhi inaccettabile. Incomprensibile davvero, perché l'enigma proposto è nulla più che buono, e il valore letterario complessivo non raggiunge certo le vette scalate dal duo Dannay-Lee. L'unico di questa top15 che toglierei al 100%.

12 Through a Glass Darkly (Helen McCloy, 1950)

È un capolavoro? Assolutamente si. Ipnotico, malefico, ingegnoso e appassionante. È una camera chiusa? Ne dubito. Ma tutti la considerano tale, perciò chino il capo.

13 He Wouldn't Kill Patience (John Dickson Carr, 1944)

Ancora Carr, e ancora un capolavoro. Ma rimangono fuori The Plague Court Murders, The Problem of the Green Capsule, e soprattutto (sacrilegio!) He Who Whispers

14 Too Many Magicians (Randall Garrett, 1967)
14 Invisible Green (John Sladek, 1977)

Finiscono a pari merito questi due romanzi così diversi ma così ugualmente brillanti e geniali. ll primo è talmente complesso, bizzarro e divertente che davvero mi spiacerebbe farne una recensione rapida (nelle sue caratteristiche è unico). Del secondo abbiamo parlato poco tempo fa, scritto da John Sladek nel 1977: parodico, auto-referenziale, pieno di citazioni, sprizza ingegnosità da ogni pagina. E in una top15, o questo o Black Aura (1974) non possono mancare.

Questa lista può far storcere il naso, soddisfare o no. Certamente la mancata presenza di gente come Vindry, Boileau, Boca o Lanteaume è imperdonabile, e lo stesso vale per Leo Bruce (A Case for Three Detectives, 1936), Alan Green (What a Body!, 1949),  Derek Smith (Whistle Up the Devil, 1953) e Alan Thomas (The Death of Laurence Vining, 1929).
I 15 romanzi in classifica sono stati tutti tradotti in Italia, anche se il romanzo di Rawson circola in una versione raccapricciante per quanto tagliata.
Che siate soddisfatti o meno, vi auguro buon divertimento col più splendido gioco del mondo! 

domenica 11 gennaio 2015

Into Thin Air (Svanito nel nulla, 1928) - Horatio Winslow & Leslie Quirk

Se nella letteratura americana di fine Ottocento e inizio Novecento si possono individuare alcuni romanzi che lasciano presagire il legame tra impossibilità, illusionismo e poliziesco, pensiamo a Miss Hurd: An Enigma (1894) di Anne K. Green, in cui una donna svanisce in circostanze inspiegabili, nessuno ha mostrato il legame magia-romanzo prima, e con maggiore insistenza, di Horatio Winslow e Leslie Quirk, che nel 1928 hanno dato alle stampe il leggendario Into Thin Air. 
Del tutto dimenticato dalla critica, questo romanzo, frutto di una collaborazione estemporanea, rappresenta un punto di svolta e di collegamento importanti nella storia del mystery: un’opera atipica, inusuale e perciò sorprendente. Per anni conosciuta ed apprezzata esclusivamente nel ristretto campo degli appassionati di locked room mystery, l’opera di Winslow e Quirk attinge ad una quantità di modelli eccezionalmente vasta, ha punti di contatto con la detection classica, con l’hard-boiled e con la letteratura fantastica, e finirà con l’essere un testo di riferimento per molti scrittori, su tutti Hake Talbot. La storia è narrata in prima persona dal professor Nollins, studioso di criminologia e allievo del Dr. Klotz.
L’intreccio è fin troppo complesso per essere riassunto, e ruota attorno a due figure tipiche dell’immaginario: da una parte un assassino imprendibile, chiamato “Lo spettro di Salem” per le sue sovrumane abilità nello sfuggire alla polizia; dall’altra la sua nemesi, il Dr. Klotz, criminologo, uno dei più bizzarri, assurdi ed eccentrici investigatori della storia della narrativa poliziesca. Klotz è un essere dominante, di rara arroganza, spavaldo nei confronti di chiunque si trovi di fronte, che ama esprimere la propria infinita erudizione nei modi più offensivi e oltraggiosi. Capo del dipartimento di criminologia all’Università del Wisconsin, Klotz è tutt’altro che un gentleman: il suo ego fa sì che ami smascherare ciarlatani, medium, maghi da strapazzo o spiritisti, sempre concludendo il tutto con un atteggiamento di sfrontata superiorità. 
Dopo numerosi tentativi falliti finalmente Klotz riesce a catturare “lo spettro”, che tuttavia, una volta rinchiuso in prigione, riesce nuovamente a fuggire tramite modalità del tutto sconosciute, avvalorando l’ipotesi che sia dotato di poteri sovrannaturali. Poco tempo dopo però, l’uomo trova la morte in un terribile disastro ferroviario e, dopo il riconoscimento del corpo, viene sepolto nel cimitero di Blenheim. 
Gli avvenimenti prendono una nuova e inaspettata piega quando, nel corso di un esperimento di spiritismo, Klotz riceve un bizzarro messaggio dello “spettro” che gli ordina di tornare immediatamente a casa. Lì, la domestica lo informa di aver da poco sorpreso un giovane con le stesse fattezze dello “spettro”, dall’aspetto satanico, che altro non faceva se non emettere i belati di una capra, fino a quando non è scomparso nel nulla sotto i suoi occhi, lasciando solo un forte odore di zolfo. Klotz, per una volta, sembra in difficoltà: scopre che uno dei suoi gioielli, che la mattina stessa era sicuro di aver visto riposti nel cassetto, è scomparso. Così decide di esumare la salma del criminale: la bara viene trovata sigillata e il cadavere, di certo quello dello “spettro”, è al suo posto, ma indossa inspiegabilmente l’anello rubato. 
Gli eventi che si susseguono a partire da questo momento sono quanto di più ambizioso un autore di mystery abbia mai tentato in un solo romanzo: sedute spiritiche, apparizioni e sparizioni da luoghi sorvegliati da parte di un imprendibile fantasma, fluenti digressioni sull’illusionismo, la storia della magia e le teorie di Mrs. Blavatsky, fino ad un delitto di camera chiusa che nessuno può avere commesso.

L'intera storia, che risente della recente e improvvisa scomparsa di Houdini, avvenuta due anni prima, è una continua serie di ribaltamenti e situazioni al limite del reale,  che rendono il romanzo un ibrido stilistico e narrativo di impossibile catalogazione. Ci sono almeno due magistrali colpi di teatro, uno di questi riguarda il complice dell'assassino, che mostrano la bravura degli autori nel rielaborare anche trovate già esistenti (Agatha Christie) risultando ugualmente sorprendenti. 
Tralasciando il fatto che dal punto di vista tecnico gli autori trattengono svariati indizi, il romanzo offre molti spunti di interesse. Innanzitutto la presenza di un intero capitolo in cui il prestigiatore The Great Galeoto, da navigato conferenziere, elenca le affinità tra i lettori di romanzi polizieschi e gli spettatori di uno spettacolo di magia: da una parte troviamo i creduloni, disposti a credere a qualunque cosa sono convinti di vedere, mentre dall’altra ci sono i solutori di enigmi, categoria che comprende gli adulti ignoranti, i sospettosi e gli spiriti inquieti. Le posizioni espresse dal mago sono sorprendenti per i tempi in cui l’opera è stata concepita: egli afferma infatti che l’intera “partita” sia «una competizione di intelligenza tra gli scrittori, i criminali e i maghi da un lato, e i lettori, i detective e gli spettatori dall’altro». Come si può notare, è la medesima affermazione che farà Narcejac circa cinquanta anni dopo nella sua opera sul poliziesco: lo scrittore che gioca in compagnia del criminale contro il lettore. E ancora «io, il mago, impiego tecniche di depistaggio proprio come lo scrittore di gialli, ma gli indizi sono sempre visibili per chi ha occhi per vedere». 
A tratti la teatralità delle situazioni e dei personaggi (tra medium, lettori del pensiero, studiosi di scienze occulte che si credono posseduti dalle Forze Supreme) è eccessiva, e si fatica a comprendere se gli autori si stiano divertendo molto o se al contrario tentino di prendersi sin troppo sul serio, sfociando, in taluni casi, nella stessa parodia dei generi.
Come capiterà più tardi a Hake Talbot in Rim of the Pit (1944), questo maniacale accumulare di situazioni impossibili crea un surplus narrativo di sovrannaturale, che determina due conseguenze dirette. La prima è che il lettore smette molto presto di credere "ai fantasmi", ed automaticamente l'opera cessa di bordeggiare sul fantastico. La seconda conseguenza riguarda invece la difficoltà di districarsi da questa folta schiera di problematiche in apparenza miracolose: occorre un genio per spiegarle tutte coerentemente, con logica inappuntabile e ingegnosità. E Winslow e Quirk, in larghi tratti dello scioglimento, non saranno in grado di rendere merito al geniale intreccio ideato. Ancora meno sarà in grado di farlo Hake Talbot in Rim of the Pit. Ciò non preclude di certo la lettura di un testo davvero spettacolare, da un paio d'anni finalmente disponibile in Italia grazie alla Polillo, che lo ha pubblicato con il titolo Svanito nel nulla. Nonostante le mie puntualizzazioni, va detto che tutti i critici più importanti considerano questo romanzo un capolavoro, imperdibile per ogni appassionato.
Queste opere, in ogni caso, restano tremendamente importanti nella storia della letteratura poliziesca, perché mostrano apparenti zone d'ombra totalmente dimenticate dalla critica accademica: questi autori, a cui si aggiungono i Clayton Rawson, i Joseph Commings, e poi Ellery Queen, John Dickson Carr e tanti altri, rappresentano la vera essenza della detective story americana, che è ben lontano dall'essere rappresentata dai soli Hammett e Chandler.