La fama che circonda questo romanzo ha assunto, nel corso del tempo, dimensioni gigantesche. Chi non conosce il più famoso romanzo di Doyle e la più celebre impresa di Holmes, sia esso in forma romanzo, adattamento cinematografico o serie televisiva. Si è parlato a lungo di questo testo, ma credo che ci sia ancora molto da scavare all'interno di questa incredibile opera letteraria.
È noto come e soprattutto perché Doyle decise di riesumare il personaggio di Holmes, di cui aveva provato a liberarsi qualche anno prima (ma nessuno aveva mai trovato il suo cadavere, ripeteva sempre l'autore); ma lo fa a modo suo, retrodatando l'avventura, e proponendo al lettore una storia dai toni molto differenti rispetto ai romanzi precedenti, intrisa di morte, pazzia, violenza e paura verso l'ignoto.
L'intero romanzo è impregnato di degenerazione, quella sindrome che da biologica si era ormai tramutata in storica, e che caratterizzava il criminale e il deviato secondo la contemporanea scienza antropologica. C'è tutto in quest'opera: delinquenti atavici, regrediti a stadi precedenti alla civiltà, i temi dell'ereditarietà e del libero arbitrio, la paura verso la regressione che le teorie di Darwin avevano sollevato, temi e tonalità gotiche che si intrecciano a strutture da detective story, senza arrivare ad una vera e propria soluzione.
Michael Dirda, in un recente saggio su John Dickson Carr, ha aperto descrivendo cosa si prova leggendo questo romanzo, con la sua atmosfera inquietante, da brivido, le superbe descrizioni della brughiera, il clima di morte e follia che aleggiano dalla prima all'ultima pagina, e che ritroviamo solo nell'opera del grande JDC, l'unico che ha plasmato l'arte di Doyle per poi condurla a vette inarrivabili. Questo romanzo ha, ad ogni rilettura, qualcosa in più da raccontare: è un romanzo gotico o un testo poliziesco, si sono chiesti alcuni critici, e la risposta è sempre stata parziale, sfumata.
Michael Cook ha dedicato pagine importanti a questa problematica, come emerge in Detective Fiction and the Ghost Story (2014), ma mi piacerebbe citare anche un eccellente articolo di Nills Clausson, del 2005, intitolato Degeneration, Fin de Siècle Gothic and the Science of Detection. Lo studioso mette molta carne al fuoco, e spesso sono in accordo con le sue conclusioni: ad esempio l'idea che Watson racconti una storia gotica, mentre Holmes si vanti di scriverne una poliziesca, che altro non è se non la soluzione del mistero gotico. C'è un conflitto, inevitabile, nei toni, nelle strutture e nelle finalità di questi due generi letterari, che nel degenerato e complesso Fin de Siècle subiscono una ridefinizione e dei mutamenti ancora non ben compresi dalla critica.
Lo scontro tra il buio delle tenebre della brughiera e la luminosità della ragione holmesiana finisce per confondersi in una melma dai colori indistinti, la scienza positivista ha da tempo lasciato la mente di Doyle, che si interroga sul male e sulla violenza dell'uomo, sulla vita e la morte. E, alla fine, se al "problema poliziesco" vi può essere una risposta, pur vaga, al resto, incarnato dal dramma gotico, non c'è spiegazione. La tensione tra razionale e sovrannaturale è centrale nell'evoluzione del mystery, e Il mastino dei Baskerville ben spiega perché Fin de Siècle-Gothic e detective fiction abbiano radici all'interno dello stesso genere letterario, il romanzo gotico tradizionale. Nel Novecento i generi prenderanno strade diverse, ma il germe dell'ereditarietà, si sa, non lascia scampo.
Dare una definizione qualitativa al romanzo lascia il tempo che trova: mi limito a dire che è tra i più grandi romanzi del Novecento e certamente il capolavoro di Doyle.
