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venerdì 10 aprile 2015

The John Dickson Carr Companion (James E. Keirans, 2015)

Ci sono gli scrittori di mystery, e poi c'è John Dickson Carr.
James E. Keirans, appassionato studioso, ha appena pubblicato grazie alla casa editrice Ramble House una delle più importanti opere sul Maestro americano. Questo massiccio volume di oltre 400 pagine va a formare una indissolubile coppia con la celebre biografia di Carr, scritta da Douglas Greene nel 1995, John Dickson Carr: The Man who Explained Miracles.
Questo testo di Keirans è essenzialmente da consultazione ed è strutturato alfabeticamente dalla A di Aaronson (bizzarro personaggio che appare nel romanzo And so to Murder) alla Z di Zia Bey (un'americana sui quaranta che muore nel capolavoro Nine-and Death Makes Ten, appena ripubblicato da Mondadori).
L'opera include quasi tutti i personaggi, maggiori, minori e reali (Hitler, Picasso, Monet etc) apparsi o citati nelle opere poliziesche di Carr, con descrizione e caratteristiche; troverete, alfabeticamente, nominati tutti i romanzi, i racconti, i radiodrammi, gli articoli, i saggi, le recensioni, e ancora tutti i luoghi in cui l'autore americano ha condotto i propri lettori (bar, pub, club, stazioni, ristoranti etc). Potrete trovare tutto ciò che concerne gli alcolici (di cui era un appassionato), le automobili, le parole latine, i proverbi, le residenze di Fell e Merrivale, le case di campagna, le citazioni, oltre a tutti i metodi di assassinio, dal colpo di pistola all'avvelenamento.
Qualche tempo fa, lo stesso Keirans aveva pubblicato un breve saggio (mi sembra sulla rivista CADS) in cui trattava di "avvelenamenti e avvelenatori" nel corpus carriano.
Insomma, in questo The John Dickson Carr Companion c'è tutto l'amore possibile per un autore che non smetterà mai di far sognare i propri lettori, e che merita un'opera così. 

sabato 7 marzo 2015

All But Impossible (1981) a cura di Edward Hoch - La prima lista delle migliori camere chiuse di sempre

Nel 1981 il grande novellista Edward Hoch, uno dei maggiori scrittori di racconti polizieschi del secolo scorso, convocò 17 tra i più importanti studiosi e scrittori di mystery con l'obiettivo, estremamente ambizioso, di stilare la classifica delle migliori locked room mai scritte. I nomi scelti da Hoch erano a dir poco altisonanti: tra questi Frederic Dannay, Howard Haycraft, Douglas G. Greene, Julian Symons, Jack Adrian, Bill Pronzini, Jacques Barzun, Otto Penzler, Francis Nevins e, ovviamente, il grande Robert Adey, che ci ha purtroppo lasciati all'inizio di questo gennaio.
Questi dovevano scegliere un massimo di dieci titoli in ordine di preferenza, e non potevano essere inseriti più di cinque testi per singolo autore.
La scelta di comporre una lista che sia anche una classifica, e non semplicemente una serie di titoli, rende il compito ancora più arduo e non esente da rischi. Ma Hoch lo sapeva, e per questo ha voluto contattare studiosi di grande appeal e conoscenza. Sorprende, e questo lo hanno fatto notare in molti, la mancanza di critici non anglosassoni, e ciò ha come conseguenza principale la quasi totale esclusione di testi francesi, l'unica nazione che qualitativamente può rivaleggiare con l'Inghilterra e gli Stati Uniti.
Da questo sublime conclave sono scaturiti 15 titoli, tutti di autori anglosassoni, con l'esclusione di Gaston Leroux (Il mistero della camera gialla, 1907), al terzo posto.
La classifica, secondo la mia personalissima opinione, ha dei difetti importanti, in primis strutturali (l'idea della classifica), ma anche dovuti ad un certo conflitto di interessi (Frederic Dannay è una delle metà Ellery Queen, Francis Nevins il massimo biografo dei Queen, mentre Greene lo è di Carr). Non mancano quindi i dubbi sulla scelta dei giurati (cosa ci fa Symons che non ha mai particolarmente amato questo tipo di romanzi?) e anche sui titoli. Essi riflettono perfettamente il pensiero e le opinioni di quel periodo, con i suoi pregi e difetti. Vediamoli, giudicandoli sulla base dei parametri e dei criteri contemporanei, alla luce delle nuove classifiche stilate da altri autorevoli studiosi (Lacourbe, Adey stesso, ed altri).
1 The Hollow Man (John Dickson Carr, 1935)

Tradotto in italiano come Le tre bare, è il punto di riferimento fondamentale per chiunque si avvicini alle camere chiuse, ma più in generale al mystery Golden Age. La maggior parte dei critici contemporanei, quando trattano questo romanzo (penso a Michael Cook, nel 2011), riferisce il fatto che sia unanimemente considerato il miglior locked room mystery di sempre. La vittoria in questa classifica fu infatti schiacciante, e il romanzo è di per sé il paradigma del genere, e la sua apoteosi. 
Riflette tutto il genio del più grande mystery writer del Novecento, che modifica un gioco di prestigio osservato nello show Maskelyne Mysteries aggiungendo una variante tratta dal libro Secrets of Houdini. 
Doveva intitolarsi Vampire Tower e vedere il ritorno di Henri Bencolin dopo 3 anni di assenza, ma le cose andarono diversamente. Carr gettò via ciò che aveva scritto, inserì il Dr. Fell e ne uscì uno dei più mirabolanti, geniali, machiavellici capolavori che questo genere letterario ci abbia mai consegnato. Io credo che le camere chiuse si dividano in due categorie: gli enigmi cervellotici risolti in maniera cervellotica, e quelli ugualmente complessi ma risolti in modo semplice. Questo appartiene alla prima categoria.
È la più grande camera chiusa di sempre? Si può discutere, ma di certo non è il capolavoro assoluto di Carr. E ciò chiarisce per quale motivo nessuno sarà mai come lui.

2 Rim of the Pit (Hake Talbot, 1944)

Da quando è stato riscoperto, nel 1985 da Douglas Greene, il nome di Hake Talbot non ha mai smesso di essere celebrato come geniale costruttore di enigmi, di atmosfere e di camere chiuse. Ci sarebbe molto da parlare su di lui, ma mi limiterò a dire che tutti gli studiosi sono concordi nel ritenerlo un maestro assoluto. Il suo corpus (fatto di due racconti e due romanzi scritti tra il 1940 e il 1948) sfrutta la camera chiusa nei modi più sfaccettati, applicando le enormi conoscenze che l'autore aveva in fatto di magia e prestidigitazione (è stato insegnante teatrale e mago professionista). 
I suoi testi sono un continuo accumulo di impossibilità che non di rado finiscono per creare un surplus di sovrannaturale, facendo sì che il lettore smetta di credere troppo presto alle sue illusioni. A differenza di Carr quindi, Talbot, nonostante ricorra spesso alle atmosfere fantastiche, non è uno scrittore "fantastico". 
Io non sono un suo grande fan, e tantomeno lo sono di Rim of the Pit, un romanzo zoppicante, troppo ambizioso, a tratti asettico, che non rende giustizia all'impalcatura preparata nel plot. Il risultato è altalenante, e secondo me incredibilmente sopravvalutato. Uno dei primi recensori di Talbot fu Carr, che sulle colonne dell'Harper's Magazine nel 1965 scrisse «explanations seem little thin» ma conclude dicendo «don't argue with it, read it».
Imparagonabile al precedente The Hangman's Handyman (1942, Terrore nell'isola), non presente in questa classifica ma molto più riuscito. Le 5 stelle date da Lacourbe nel recente 1001 Chambres Closes ad entrambi i romanzi, e la loro presenza in tutte le classifiche, smentisce categoricamente le mie umili affermazioni.

3 Le Mystère de le chambre jaune (Gaston Leroux, 1907)

Il mistero della camera gialla, unico romanzo francese in lista, compare al terzo posto. È un capolavoro, un testo fondamentale anche se di chiara tradizione zangwilliana. Difficile dire se sia o meno da terzo posto; probabilmente no, perché qualitativamente ci sono moltissimi testi superiori, ma le problematiche delle classifiche sono proprio queste: si privilegia la qualità, l'innovatività, o qualcos'altro?

4 - The Crooked Hinge (John Dickson Carr, 1938)

L'automa, il romanzo che stregò il giovane Robert Bruce Montgomery e lo convinse a scrivere polizieschi sotto lo pseudonimo di Edmund Crispin. Un testo per alcuni versi ambiguo (una soluzione azzardata) ma scritto, concepito e realizzato superbamente. Mescola stregoneria, magia, Titanic e tanto altro in un miscela ancora oggi insuperata. Secondo molti il capolavoro di Carr. Secondo me no, ma vederlo dietro Leroux e Talbot è un insulto.


5 The Judas Window (John Dickson Carr, 1938)

Se The Hollow Man è l'emblema dell'impossibile risolto in modo complesso e tortuoso, The Judas Window rappresenta l'esempio opposto. Ci sono due uomini in una stanza ermeticamente chiusa: uno è vivo ma stordito, l'altro è morto per colpa di una freccia scoccata da una balestra. Ah, quello vivo non è l'assassino.
Semplicemente la più sublime camera chiusa mai scritta, e della stessa opinione sono Douglas Greene e Robert Adey. 
Invidio tutti coloro che non hanno mai letto questo testo, davvero. Disarmante manifestazione di genialità, e di una perfezione narrativa unica. Inspiegabile vederlo al quinto posto. Messaggio per tutti coloro che considerano i testi della Golden Age "semplici puzzle" o roba da cruciverba. Leggete questo, e andrete a prendere i vostri Deaver, Patterson o Nesbo dalla libreria per attizzare un po' di fuoco, ideale con questo freddo.

6 The Big Bow Mystery (Israel Zangwill, 1891)

C'è la sesta piazza per questo romanzo che dal punto di vista dell'enigma è sopraffino, oltre che profondamente in anticipo sui tempi e innovativo. Certo, se parliamo di "letteratura" non ci siamo proprio, ma la tradizione del locked room mystery come conosciuto oggi si deve a questo romanzo, e alla sua geniale soluzione finale.

7 Death From a Top Hat (Clayton Rawson, 1938)

La quintessenza dell'illusionismo puro applicato al mystery: pur non essendo un grande costruttore di atmosfere, nessuno è secondo a Rawson nel creare enigmi cervellotici, in cui si muovono prestigiatori (come l'investigatore, Merlini), scassinatori, medium, lettori del pensiero e giocatori di carte. Questo romanzo è un autentico fuoco pirotecnico dalla prima all'ultima pagina, pieno di trovate geniali, false piste, spiegazioni contorte ma sorprendenti e colpi di scena. Meriterebbe una posizione più alta, perché pochi testi nella storia del poliziesco possono rivaleggiare dal punto di vista tecnico col grande Clayton, non a caso mago e prestigiatore di prim'ordine. 

8 The Chinese Orange Mystery (Ellery Queen, 1934)

Difficile capire la presenza di questo Delitto alla rovescia, uno dei più controversi e ambigui polizieschi della Golden Age. Sia chiaro, per me resta un testo di altissimo livello, con uno degli intrecci più affascinanti che questo genere abbia mai partorito (una stanza dove l'intero arredamento è rovesciato, e dove anche il cadavere ha i propri vestiti completamente alla rovescia). Ma ci sono vari problemi: secondo alcuni non è una camera chiusa tout court, e sicuramente la spiegazione finale appare forzata. Ma soprattutto il romanzo del 1937 The Door Between (La porta chiusa) gli è infinitamente superiore sotto ogni punto di vista, ma nella classifica non appare. Perché?

9 Nine Times Nine (Anthony Boucher, 1940)

Romanzo stupendo: divertente, scorrevolissimo, di rara piacevolezza, e la camera chiusa è eccellente. C'è anche una conferenza sulle camere chiuse che fa la parodia di quella di Carr ne Le tre bare che è davvero una delizia. Ma essere nella top15 mi sembra eccessivo.

10 The Peacock Feather Murders (John Dickson Carr, 1937)

Il mistero delle penne di pavone. Per chi è appassionato di delitti impossibili basta il titolo di questo capolavoro. Il problema di stilare una classifica e inserire il Maestro è proprio questo: o tutto si riduce a una top15 Carr oppure si commetteranno irrimediabilmente degli errori. Vederlo in questa classifica certamente non è un errore.

11 The King is Dead (Ellery Queen, 1952)

La presenza di questo romanzo è ai miei occhi inaccettabile. Incomprensibile davvero, perché l'enigma proposto è nulla più che buono, e il valore letterario complessivo non raggiunge certo le vette scalate dal duo Dannay-Lee. L'unico di questa top15 che toglierei al 100%.

12 Through a Glass Darkly (Helen McCloy, 1950)

È un capolavoro? Assolutamente si. Ipnotico, malefico, ingegnoso e appassionante. È una camera chiusa? Ne dubito. Ma tutti la considerano tale, perciò chino il capo.

13 He Wouldn't Kill Patience (John Dickson Carr, 1944)

Ancora Carr, e ancora un capolavoro. Ma rimangono fuori The Plague Court Murders, The Problem of the Green Capsule, e soprattutto (sacrilegio!) He Who Whispers. 

14 Too Many Magicians (Randall Garrett, 1967)
14 Invisible Green (John Sladek, 1977)

Finiscono a pari merito questi due romanzi così diversi ma così ugualmente brillanti e geniali. ll primo è talmente complesso, bizzarro e divertente che davvero mi spiacerebbe farne una recensione rapida (nelle sue caratteristiche è unico). Del secondo abbiamo parlato poco tempo fa, scritto da John Sladek nel 1977: parodico, auto-referenziale, pieno di citazioni, sprizza ingegnosità da ogni pagina. E in una top15, o questo o Black Aura (1974) non possono mancare.

Questa lista può far storcere il naso, soddisfare o no. Certamente la mancata presenza di gente come Vindry, Boileau, Boca o Lanteaume è imperdonabile, e lo stesso vale per Leo Bruce (A Case for Three Detectives, 1936), Alan Green (What a Body!, 1949),  Derek Smith (Whistle Up the Devil, 1953) e Alan Thomas (The Death of Laurence Vining, 1929).
I 15 romanzi in classifica sono stati tutti tradotti in Italia, anche se il romanzo di Rawson circola in una versione raccapricciante per quanto tagliata.
Che siate soddisfatti o meno, vi auguro buon divertimento col più splendido gioco del mondo! 

domenica 30 novembre 2014

Hag's Nook (Il cantuccio della strega, 1933) - John Dickson Carr


Esattamente 108 anni fa, il 30 novembre del 1906, nasceva il più grande di tutti. John Dickson Carr, o più semplicemente The Maestro, come lo ha nominato Robert Adey, scrive questo Hag's Nook nell'impervio e incerto autunno del 1932. Da pochissimo tempo la moglie Clarice ha scoperto di essere incinta, e ai due ragazzi servono soldi per lasciare gli Stati Uniti alla volta dell'Inghilterra. 
Pubblicato nel 1933, il romanzo è memorabile soprattutto perché vede l'esordio del pantagruelico Gideon Fell, lessicografo in pensione ed ex docente universitario, modellato sulla figura del più grande idolo di Carr, G. K. Chesterton. Quest'opera segna anche, un po' improvvisamente, il passaggio da un primo periodo letterario, essenzialmente goticheggiante e grandguignolesco, ad un secondo, in cui le atmosfere da incubo sono governate da una gestione degli elementi orrorifici assolutamente sorprendente.
Dopo la mediocre prova di Poison in Jest, un testo in cui l'autore tenta vanamente di scrollarsi di dosso i retaggi del passato, con Hag's Nook Carr fa centro: "the plot, the atmosphere, the narrative flow, and the characters are all clearly developed and carefully integrated" (Douglas G. Greene). 
L'intreccio è, come spesso accade, pieno di mistero ed elementi inquietanti: nell'apparentemente sonnolento villaggio inglese di Chatterham  aleggia un'atmosfera sinistra, a causa in particolare delle rovine di una prigione ormai decadente, il cui direttore era, in passato, per tradizione, un membro della famiglia Starberth. Secondo la leggenda, il primogenito della famiglia è destinato a morire con il collo spezzato, proprio come tutti quei condannati che nelle epoche precedenti venivano impiccati dopo aver vissuto in condizioni disumane. Secondo le bizzarre disposizioni testamentarie, il giorno del suo venticinquesimo compleanno il primogenito della famiglia dovrà trascorrere del tempo, da solo,  all'interno della prigione, entrando così in possesso di alcuni documenti che sono clausola fondamentale per ottenere l'eredità. Quando il giovane Martin, compiuti 25 anni, sarà trovato morto con il collo spezzato nonostante la sorveglianza di Fell, sembra davvero che la maledizione non possa essere eliminata.


Hag's Nook, tradotto splendidamente in Italia da Francavilla, è una prova di eccellente maturità stilistica. L'intera prima parte, che si snoda almeno sino al delitto di Martin (poco più di 60 pagine) è una pura meraviglia. La rappresentazione di una Inghilterra rurale e sonnolenta, vista per la prima volta con gli occhi di un americano (quel Tad Rampole che prende il posto di Jeff Marle come narratore) è magica ed incantevole, in cui traspare, vivido ed intenso, l'amore di Carr per questa terra, che aveva visitato pochi anni prima (il giardino inondato di sole, la meridiana e le cassette per gli uccelli, il profumo di legno vecchio e le tendine tirate di fresco). 
La presentazione dei personaggi (Rampole e Fell su tutti) è spassosa, ed uno humor gustosamente chestertoniano domina tutta l'opera, capace di smorzare in modo pregevole la suggestiva e fosca atmosfera sovrannaturale, al solito molto ben evocata.
In mezzo ad una miriade di riferimenti, sia letterari (Wallace, Conan Doyle, Poe e i crittogrammi), che autobiografici (l'Haverford College, le proprie vicende familiari), Carr inscrive un intreccio di buona qualità e sorretto da una discreta quantità di indizi, che si conclude con il solito, potente, finale, che lascia un gusto dolce-amaro.
E' un peccato che nella seconda parte la tensione cali leggermente di tono, che il numero dei sospettati rimanga per tutto il tempo piuttosto ridotto e che, soprattutto, la soluzione arrivi più per inerzia che per altro, con un Fell che non mostra quella capacità di sintesi deduttiva che lo contraddistinguerà nelle opere successive. 
Nonostante tutti questi piccoli difetti, la maturità nella gestione del sovrannaturale è evidente: l'intera sequenza della perlustrazione della prigione dopo il delitto, tra ratti, polvere e pipistrelli, ricorda, pur se più breve, quella di Bencolin nel castello di Castle Skull. Ma se in quel romanzo alla fine veniva trovato il cadavere murato del guardiano, in Hag's Nook Fell non troverà nulla. Saranno, da una parte, questa abilità nel non sottintendere più necessariamente alle leggi della narrativa dell'orrore, e dall'altra il padroneggiare ogni genere letterario con gusto unico ed inimitabile, i grandi marchi di fabbrica dello scrittore americano. 
Hag's Nook è, in definitiva, un romanzo da leggere, una squisita gemma di un autore le cui opere non sono invecchiate di un solo giorno dalla loro pubblicazione.

martedì 28 ottobre 2014

La produzione giovanile di John Dickson Carr - 2014

Negli ultimi 14 mesi ho lavorato a questo progetto, coinciso con la mia tesi di laurea magistrale all'Università di Bologna. Oddio, "lavorare" è una parola grossa, che non rende di certo il piacere che si ottiene nell'essere quotidianamente a contatto con il Maestro.
La scelta di concentrarsi su Carr ha solide basi: molto letto e apprezzato nel nostro paese, lo scrittore americano è stato, e continua ad essere, pesantemente trascurato dalla critica. I motivi sono vari: ad esempio i britannici non hanno mai accettato che un americano (vade retro) possa aver portato i loro stilemi (o almeno quelli che loro vantano di aver ideato) ad un livello ineguagliato e ineguagliabile nella storia della narrativa poliziesca. 
Abbandonato dalla critica, soprattutto perché troppo borderline e troppo complesso per coloro che desiderano solo inquadrare, schematizzare e banalizzare, Carr è uno di quei paradossali emarginati che, adeguatamente studiati, permettono di gettare una luce nuova e diversa su un periodo particolarmente sfocato e incompreso come quello della Golden Age. 
Da qui gli scopi che mi sono ripromesso di perseguire con questo lavoro: da una parte analizzare minuziosamente un momento letterario unico nella storia dell'autore, che entra nel mondo del giallo tramite vie traverse e inusuali, cercando di donare nuova dignità filologica a testi che nel nostro paese sono stati vilmente massacrati. Non può essere un caso che quattro dei cinque romanzi che, oltre ai primi racconti, costituiscono la produzione giovanile dell'americano (l'ultimo è a Poison in Jest, Piazza pulita, del 1932), siano i meno ristampati e i meno curati da un punto di vista editoriale. 
Dall'altra parte ho cercato di fornire nuove chiavi di lettura e di interpretazione al fenomeno della Golden Age, tentando di mostrare l 'inadeguatezza di una parte della critica, non solo italiana, che continua a vedere questo momento irripetibile come una aspra dicotomia dalle sfumature sessiste (British detective novel femminile vs Hard boiled school maschile e americana). Il primo sarebbe un genere senza sangue, consolatorio, per famiglie: il cozy mystery. Non poche banalità sono state scritte nel corso del tempo, e ancora parte degli studiosi (stranieri e non) rimane ancorata a concetti vecchi, erronei e pericolosi. 
Tentare non coincide sempre con riuscire, ma è meglio che non iniziare per niente.
In questi mesi ho avuto il piacere e l'onore di essere aiutato da esperti e studiosi eccezionali, che devo ringraziare: Maurizio Ascari, Roberto Pirani, Roberto Barbolini, Douglas G. Greene, Giuseppina La Ciura, Roland Lacourbe, Curtis Evans ed altri, i quali, chi più chi meno, hanno fornito un contributo prezioso.
Non ho avuto però la fortuna di scambiare qualche parola con due grandi traduttori e due straordinari studiosi, la cui operazione di restaurazione dell'opera carriana in Italia è stata semplicemente decisiva. Credo che tutti noi appassionati di mystery dobbiamo in cuor nostro dire grazie a Mauro Boncompagni e Maria Antonietta Francavilla. Grazie.

Allego l'indice del lavoro, per fornire giusto un'idea della struttura.






lunedì 16 giugno 2014

The Third Bullet (Il terzo proiettile, 1937) - John Dickson Carr





The Third Bullet è probabilmente uno dei meno conosciuti e nello stesso più mirabolanti lavori usciti dalla penna di John Dickson Carr. 
Un "capolavoro sperimentale" ripete spesso Roland Lacourbe, che nel saggio sull'autore mostra tutta la sua ammirazione. E sperimentale è il termine giusto, perché con questo romanzo breve Carr conduce il Whodunit a un tale livello di ingegnosità e vertigine intellettuale dal quale appare impossibile tornare indietro. 
Carr, per la prima volta, in un periodo straordinariamente fecondo della sua vita, decide di rispettare interamente le celebri 20 Regole stilate da Van Dine: niente descrizioni, caratterizzazioni o atmosfera, ma solo esposizione dei fatti, del problema poliziesco. E che problema! 
Il giudice Mortlake è un uomo integerrimo, ma clemente e mai eccessivamente severo nelle condanne; forse è più rigido verso la propria famiglia e le proprie figlie, Ida e Carolyn. Perché allora ha  scelto una pena corporale così terribile (15 frustate, oltre a i lavori forzati) per Gabriel White, giovane reo di aver malmenato pesantemente una tabaccaia a scopo di rubare una somma misera e un pacchetto di sigarette? Forse perché il ragazzo era innamorato della figlia? 
Quello che è certo è che dopo la condanna in tribunale, White insulta pesantemente il giudice, minacciando anche una possibile vendetta. Un giorno la figlia del giudice, Ida, incontra per caso il ragazzo e lo trova su di giri, spavaldo, che le assicura che sarebbe andato a uccidere il padre. 
Lei lo conosce, inizialmente non lo prende sul serio, ma poi viene presa dal panico e quando torna a casa avverte la polizia: "accorrete, White vuole uccidere mio padre". Così la polizia corre alla villa del giudice; questi si trova all'interno di un padiglione-studio in mezzo al parco, circondato da grandi alberi. La giornata è tempestosa, piove forte, ci sono fulmini e lampi. Quando i due funzionari si avvicinano al padiglione  vedono da lontano la figura di White mentre sta girando la maniglia della porta, pronto ad entrare. Si lanciano all'inseguimento ma White fa prima di uno dei due poliziotti e chiude la porta a chiave. 
L'altro, intanto, sta correndo verso la finestra aperta quando sente due colpi di pistola, a pochissima distanza l'uno dall'altro. 
Nel momento in cui entra nella stanza trova il giudice morto, colpito al cuore e riversato sulla cattedra, e White con una pistola calibro 38 in mano, mancante di un solo colpo. Nessun altro si trova all'interno, le finestre sono sprangate e alcune talmente vecchie da risultare impossibile l'apertura. Eppure si sono sentiti due colpi. Eppure, in un vaso profondo in fondo alla stanza sigillata viene trovata una calibro 32, con vicino il bossolo. Il colpo sparato da quella pistola ha colpito un albero di fronte al padiglione. Quello della calibro 38, invece, è trovato conficcato sulla parete del muro. Eppure la pallottola che ha ucciso il giudice è quello di una calibro 22, di piccole dimensioni e  molto silenziosa, sparata a 3 metri di distanza circa. Ci sono troppi eppure, in questa storia.
Ma se la 22 non è nella stanza, la 38 ha sparato un solo colpo che si trova nel muro e dalla 32 ne è uscito un terzo, trovato nell'albero, com'è possibile? Due colpi uditi, tre proiettili. 
Un plot semplicemente superbo, di rara complessità tecnica, che si avvale di una quantità di indizi (anche fisici, in questo caso) che fanno semplicemente girare la testa. 
Stilisticamente può apparire meno conciso e perciò meno perfetto dei successivi racconti con protagonista il Colonnello March (che in The Third Bullet non c'è, ma quasi), però questo è da ritenersi dovuto alla lunghezza intrinseca di un testo che contiene un intreccio irrealmente elaborato.
Il tripudio di impossibilità a volte mostra qualche machiavellismo troppo ardito, ma l'insieme è di una bellezza stordente. 
Come scrive Douglas Greene, questa è "a novella written the Carter Dickson name for a short-lived paperback series called New-at-Ninepence, published in 1937".
Ma dopo questa pubblicazione il testo viene sostanzialmente dimenticato. 



Nel 1946 Frederic Dannay (la metà di Ellery Queen) chiede a Carr di poter pubblicare il racconto nel numero di gennaio 1948 della rivista Ellery Queen's Mystery Magazine. L'autore americano, che non aveva più da tempo una copia originale del volume, non solo concede l'ok a Dannay di abbreviare la novella, ma quasi lo pretende: "Look here, don't you think you had better do a lot of cutting in The Third bullet? I haven't seen the story since I wrote it; but I remember being uncomfortably verbose in those days", dice Carr a Dannay. E così il testo viene ridotto del 20% circa e pubblicato sotto il nome John Dickson Carr.
Secondo la maggior parte della critica, questo taglio avrebbe pesantemente abbassato il livello qualitativo del testo, con soppressione di indizi, false piste e descrizioni, tanto che Barzun & Taylor (che apprezzano quasi esclusivamente la produzione breve dell'autore) lo definiscono "told without vim".  
Il problema in questo caso rimane l'assoluta rarità della versione originale: quando nel 1954 Carr decide di pubblicare la raccolta di racconti The Third Bullet and Other Stories, solamente la versione accorciata è disponibile. Solo nel 1991, con la pubblicazione del volume (tra le altre cose molto raro) Fell and Foul Play, curato da Douglas Greene, il testo è stato reso disponibile per la prima volta dopo anni in versione integrale. Nel 2007 Roland Lacourbe lo ha pubblicato interamente nell'eccellente volume Mystères à Huis Clos. E in Italia? Da noi purtroppo circola ancora la versione accorciata, riproposta dalla Polillo Editore nel 2007 in Delitti della camera chiusa.
La mia opinione è che il racconto, al di là delle opinioni di vari critici, sia straordinario anche nella versione più breve (di circa 80 pagine contro le oltre 100 di quella integrale). In ogni caso spero di vederlo presto ripubblicato interamente, con buona pace al Maestro, che lo considerava troppo verboso.
Se qualcuno voglia saperne di più, a lettura ultimata, può leggere comodamente questo eccellente articolo di Pietro de Palma, che espone la sua visione metacritica del testo: http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2010/07/23/vive-le-roman-policier-metacritica-di-“the-third-bullet”-di-john-dickson-carr/
E "Vive le Roman Policier", ovviamente.

venerdì 23 maggio 2014

The Shadow of the Goat (L'ombra del caprone, 1926) - John Dickson Carr






Se Wooda Nicholas Carr non avesse sposato, il 21 ottobre del 1903, la venticinquenne Julia May Lenox Kisinger, non avremmo mai avuto il più grande autore di mystery del Novecento.
Ma probabilmente gli dei del poliziesco avevano già messo in atto il loro piano, e niente poteva fermarli: succeda quel che succeda, per 50 anni quest'uomo dovrà "inventare e spiegare miracoli".
Così sia. Non sono servite due guerre mondiali, svariate bombe sulla sua abitazione (con Hitler fece poca amicizia, diciamo), una immensa quantità di sigarette, alcool e donne. A 60 anni ne dimostrava 100, ma era un modo per essere ancora una volta avanti a tutti.
Fatemi sapere se trovate una foto di Carr senza sigaretta in mano. Se la trovate, non è lui.
Quando si parla di questo autore, è davvero difficile concentrarsi su una singola opera. Tra romanzi, racconti, radiodrammi, saggi critici e tanto altro, nessun ha pensato anche solo la metà di quello che ha realmente fatto John Dickson Carr. Ha mostrato con precisione quando e dove il poliziesco diventa narrativa e quando la narrativa diventa Grande Letteratura. Siamo molto lontani da Todorov, secondo cui il miglior romanzo di un genere letterario è quello in cui tutte le consuetudini vengono rispettate. 
Carr balla meravigliosamente in mezzo ai generi letterari, li seduce, li tocca e li fonde: romanzo storico, romanzo Gotico, Teatro, paradossi chestertoniani, magia e terrore si fondono con il fascino dell'impossibile. Le camere chiuse? Vengono dopo.
Carr unisce una meravigliosa padronanza della lingua, una perfetta gestione degli elementi romanzeschi e una potenza evocativa unica alla genialità degli esperimenti e all'insuperabile capacità di uscire trionfalmente da situazioni che manderebbero chiunque altro al manicomio.
Carr è la massima espressione del romanzo poliziesco perché è uscito dalle sue gabbie, ne ha manipolato le consuetudini, ha dominato le sue asprezze. 
Ritenerlo semplicemente il maggior esponente del Locked Room Mystery è offensivo, prima che disonesto. Il genio espresso nelle trame è il risultato di una serie di concatenazioni che non hanno precedenti nella storia del poliziesco. E trovano forma per la prima volta nel 1926.
Carr aveva iniziato a scrivere da giovanissimo, a 15 anni, ma la prima opera degna di nota è proprio di quell'anno, un brevissimo racconto dai toni orrorifici e dalla prosa piuttosto ridondante, intitolato As Drink the Dead, in cui unisce, in modo non disprezzabile le due grandi passioni: la Storia e il delitto impossibile. 
Ma è con il successivo racconto, pubblicato nella rivista collegiale The Haverfordian in forma anonima, nei numeri di novembre e dicembre, che Carr mostra concretezza, coerenza ed ingegnosità nello stesso tempo. The Shadow of the Goat è il primo dei quattro racconti con protagonista Henri Bencolin e senza dubbio il più riuscito, insieme all'ultimo Murder in Number Four (1928). L'opera è acerba, non priva di incongruenze ed espedienti che mostrano tutta la sua inesperienza, ma colpisce per come l'autore riesce a tenere le fila di un intreccio machiavellico, senza perdere di vista suspense e raziocinio.



Carr è affascinato dal tema del delitto impossibile sin da piccolo: già il primo racconto conosciuto, The Ruby of Rameses (1921), è una detective story col tema del locked room. La short story è l'ambito perfetto per  i delitti impossibili: sin dagli albori del poliziesco, da Poe a Conan Doyle, da Chesterton a Futrelle, quasi tutti i Maestri delle camere chiuse precedenti la Golden Age, hanno scelto il racconto come teatro delle loro storie.
E nonostante The Shadow of the Goat sia un racconto breve, presenta così tante idee che basterebbero per un intero romanzo. In questo ciclo di opere Carr non si risparmia, non sa che da lì a poco comincerà a raccontare storie per professione, perciò è incapace di contenersi, e in ogni racconto, breve che sia, esprime tutto ciò che ha in testa. L'ingenuità e la spavalderia sono la sua forza, ma anche il suo limite. Per avere conferma, chiedere a tale Edward Taulane.
Nel numero dell'Haverfordian in cui il testo è contenuto, ad un certo punto la storia viene stoppata e i lettori sono sfidati a presentare la soluzione (che sarebbe comparsa nell'edizione seguente), con il vincitore pronto a ricevere una ricompensa di 25 dollari. Carr ammise in una intervista successiva che non aveva i soldi ma era convinto che nessuno avrebbe potuto risolvere l'enigma.
Per sua sfortuna il nostro Edward, per di più una matricola, si presentò con la soluzione nemmeno un'ora dopo che la rivista era stata pubblicata. 
Carr dovette chiedere l'elemosina al padre, non precisamente il ritratto della felicità, ma il racconto ebbe grande successo.
Innumerevoli sono gli elementi che diverranno tipici, e che Carr riproporrà in diverse forme: la scommessa, la sparizione da una stanza chiusa ermeticamente ed osservata continuamente, il delitto di camera chiusa e un tentato omicidio, ancora con l'assassino svanito nel nulla.
Non anticipo nulla, dico solo che ci sono dei grandi personaggi e che ci si diverte un mondo. 
Carr attinge a Leroux (Il mistero della camera gialla), ma l'espediente su cui si basa la sparizione impossibile è magistrale, e sarà di insegnamento per molti: Christianna Brand su tutti, nel superbo The Gemminy Cricket Case (o Murder Game, La calda nebbia bianca, 1968), ma anche per Carr stesso, che la modificherà nel racconto Strictly Diplomatic (Un diplomatico in vacanza, 1939).
«A magnificent story» [1] secondo Robert Adey, «Impressionant, brillant, astucieux et prometteur» [2] secondo Roland Lacourbe e gli studiosi belgi Fooz, Soupart e Bourgeois. Ma per quanto questo racconto sia ben ideato in quanto enigma impossibile, è la prima parte ad essere meravigliosa, in cui Carr costringe il lettore scettico a modificare il proprio atteggiamento iniziale, sino a fargli esclamare (perché lo farà): "ma è impossibile!"
Carr era un genio, ma non era avido. Non voleva tutto per sé. Alle riunioni del Detection Club dispensava consigli a tutti, si mostrava sempre gentile e affabile. Dorothy Gardiner disse che durante gli incontri dei MWA (Mystery Writers of America) negli anni Quaranta, Carr era felice nel condividere con tutti le sue idee, i suoi espedienti e le sue tecniche narrative. 
Ma per quanto fosse gentile e dettagliato, la risposta era sempre la stessa: 
«Yes Mr. Carr – you can do it. But the rest of us?» [3]



Per chi vuole approfondire ancora può far riferimento a questo articolo, di Piero de Palma, uscito nel 2009 sul Blog Mondadori, proprio sui Quattro Racconti con Bencolin:
http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2009/09/07/la-prima-produzione-di-john-dickson-carr-i-quattro-racconti-di-bencolin/


1 R. Adey, Locked Room Murders, Crossover Press, 1991, p. 299
2 R. Lacourbe, V. Bourgeois, P. Fooz, M. Soupart, 1001 Chambres Closes: Guide de lecture du crime impossible, Semper Aenigma, 2013, p. 98
3 La frase è citata in D. G. Greene, John Dickson Carr: The Man who Explained Miracles, op. cit., p. 106