lunedì 16 giugno 2014

The Third Bullet (Il terzo proiettile, 1937) - John Dickson Carr





The Third Bullet è probabilmente uno dei meno conosciuti e nello stesso più mirabolanti lavori usciti dalla penna di John Dickson Carr. 
Un "capolavoro sperimentale" ripete spesso Roland Lacourbe, che nel saggio sull'autore mostra tutta la sua ammirazione. E sperimentale è il termine giusto, perché con questo romanzo breve Carr conduce il Whodunit a un tale livello di ingegnosità e vertigine intellettuale dal quale appare impossibile tornare indietro. 
Carr, per la prima volta, in un periodo straordinariamente fecondo della sua vita, decide di rispettare interamente le celebri 20 Regole stilate da Van Dine: niente descrizioni, caratterizzazioni o atmosfera, ma solo esposizione dei fatti, del problema poliziesco. E che problema! 
Il giudice Mortlake è un uomo integerrimo, ma clemente e mai eccessivamente severo nelle condanne; forse è più rigido verso la propria famiglia e le proprie figlie, Ida e Carolyn. Perché allora ha  scelto una pena corporale così terribile (15 frustate, oltre a i lavori forzati) per Gabriel White, giovane reo di aver malmenato pesantemente una tabaccaia a scopo di rubare una somma misera e un pacchetto di sigarette? Forse perché il ragazzo era innamorato della figlia? 
Quello che è certo è che dopo la condanna in tribunale, White insulta pesantemente il giudice, minacciando anche una possibile vendetta. Un giorno la figlia del giudice, Ida, incontra per caso il ragazzo e lo trova su di giri, spavaldo, che le assicura che sarebbe andato a uccidere il padre. 
Lei lo conosce, inizialmente non lo prende sul serio, ma poi viene presa dal panico e quando torna a casa avverte la polizia: "accorrete, White vuole uccidere mio padre". Così la polizia corre alla villa del giudice; questi si trova all'interno di un padiglione-studio in mezzo al parco, circondato da grandi alberi. La giornata è tempestosa, piove forte, ci sono fulmini e lampi. Quando i due funzionari si avvicinano al padiglione  vedono da lontano la figura di White mentre sta girando la maniglia della porta, pronto ad entrare. Si lanciano all'inseguimento ma White fa prima di uno dei due poliziotti e chiude la porta a chiave. 
L'altro, intanto, sta correndo verso la finestra aperta quando sente due colpi di pistola, a pochissima distanza l'uno dall'altro. 
Nel momento in cui entra nella stanza trova il giudice morto, colpito al cuore e riversato sulla cattedra, e White con una pistola calibro 38 in mano, mancante di un solo colpo. Nessun altro si trova all'interno, le finestre sono sprangate e alcune talmente vecchie da risultare impossibile l'apertura. Eppure si sono sentiti due colpi. Eppure, in un vaso profondo in fondo alla stanza sigillata viene trovata una calibro 32, con vicino il bossolo. Il colpo sparato da quella pistola ha colpito un albero di fronte al padiglione. Quello della calibro 38, invece, è trovato conficcato sulla parete del muro. Eppure la pallottola che ha ucciso il giudice è quello di una calibro 22, di piccole dimensioni e  molto silenziosa, sparata a 3 metri di distanza circa. Ci sono troppi eppure, in questa storia.
Ma se la 22 non è nella stanza, la 38 ha sparato un solo colpo che si trova nel muro e dalla 32 ne è uscito un terzo, trovato nell'albero, com'è possibile? Due colpi uditi, tre proiettili. 
Un plot semplicemente superbo, di rara complessità tecnica, che si avvale di una quantità di indizi (anche fisici, in questo caso) che fanno semplicemente girare la testa. 
Stilisticamente può apparire meno conciso e perciò meno perfetto dei successivi racconti con protagonista il Colonnello March (che in The Third Bullet non c'è, ma quasi), però questo è da ritenersi dovuto alla lunghezza intrinseca di un testo che contiene un intreccio irrealmente elaborato.
Il tripudio di impossibilità a volte mostra qualche machiavellismo troppo ardito, ma l'insieme è di una bellezza stordente. 
Come scrive Douglas Greene, questa è "a novella written the Carter Dickson name for a short-lived paperback series called New-at-Ninepence, published in 1937".
Ma dopo questa pubblicazione il testo viene sostanzialmente dimenticato. 



Nel 1946 Frederic Dannay (la metà di Ellery Queen) chiede a Carr di poter pubblicare il racconto nel numero di gennaio 1948 della rivista Ellery Queen's Mystery Magazine. L'autore americano, che non aveva più da tempo una copia originale del volume, non solo concede l'ok a Dannay di abbreviare la novella, ma quasi lo pretende: "Look here, don't you think you had better do a lot of cutting in The Third bullet? I haven't seen the story since I wrote it; but I remember being uncomfortably verbose in those days", dice Carr a Dannay. E così il testo viene ridotto del 20% circa e pubblicato sotto il nome John Dickson Carr.
Secondo la maggior parte della critica, questo taglio avrebbe pesantemente abbassato il livello qualitativo del testo, con soppressione di indizi, false piste e descrizioni, tanto che Barzun & Taylor (che apprezzano quasi esclusivamente la produzione breve dell'autore) lo definiscono "told without vim".  
Il problema in questo caso rimane l'assoluta rarità della versione originale: quando nel 1954 Carr decide di pubblicare la raccolta di racconti The Third Bullet and Other Stories, solamente la versione accorciata è disponibile. Solo nel 1991, con la pubblicazione del volume (tra le altre cose molto raro) Fell and Foul Play, curato da Douglas Greene, il testo è stato reso disponibile per la prima volta dopo anni in versione integrale. Nel 2007 Roland Lacourbe lo ha pubblicato interamente nell'eccellente volume Mystères à Huis Clos. E in Italia? Da noi purtroppo circola ancora la versione accorciata, riproposta dalla Polillo Editore nel 2007 in Delitti della camera chiusa.
La mia opinione è che il racconto, al di là delle opinioni di vari critici, sia straordinario anche nella versione più breve (di circa 80 pagine contro le oltre 100 di quella integrale). In ogni caso spero di vederlo presto ripubblicato interamente, con buona pace al Maestro, che lo considerava troppo verboso.
Se qualcuno voglia saperne di più, a lettura ultimata, può leggere comodamente questo eccellente articolo di Pietro de Palma, che espone la sua visione metacritica del testo: http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2010/07/23/vive-le-roman-policier-metacritica-di-“the-third-bullet”-di-john-dickson-carr/
E "Vive le Roman Policier", ovviamente.

6 commenti:

  1. Secondo me, ma è un giudizio soggettivo, è il massimo in Carr, forse anche di più di The Hollow Man e di The Juda's Window. A tratti non sembra neanche Carr tanto è complesso, ma un Ellery Queen o un Charles Daly King. E come scrissi nel mio articolo, contiene parecchi spunti nascosti, nel testo lussureggiante.
    Piero

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  2. La cosa incredibile è che nello stesso anno Carr riesca a concepire due testi così diametralmente diversi come questo e The Bourning Court.
    La particolarità di The Third Bullet è anche l'insolita presenza di molti dettagli e indizi fisici (impronte, balistica etc): qui sono usati in modo straordinario. Hai ragione, perciò, quando dici che non sembra un Carr: a livello di complessità può rivaleggiare con alcuni dei romanzi più spaccacervelli del tempo, come The Greek Coffin Mystery.
    Personalmente a livello di Whodunit puro (il solo enigma) pochi testi anglosassoni rivaleggiano con questo racconto: il romanzo di Queen citato sopra, The Maze di MacDonald, qualcosa di Daly King e poco altro.

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  4. Infatti mi riferivo proprio a quell'Ellery Queen, agli indizi apparenti e nascosti in The Egyptian Cross Mystery e alle tre tragedie, in particolare le prime due. Per la balistica è possibile, ma non lo dò per certo (bisogna andare a controllare il volume di Curtis Evans), che lui avesse preso qualcosa da Rhode, che era stato un militare e quindi... Ma poi se vedi tutti i romanzi di Rhode, hanno sempre qualcosa di strampalato e bizzarro (parlo di meccanismi di morte) che si riconnettono alla sua esperienza militare.
    Del resto del '39 è il romanzo scritto a quattro mani.
    Beh, però, a livello di Whodunnit puro, c'è il primo romanzo di Rawson che è al livello di questo: intendo dire come enigma. Poi Carr ha sempre qualcosa in più rispetto a Rawson per il resto. Ma questa è cosa nota...

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  5. Certo hai ragione anche Rawson, che nel campo del puro puzzle ha poco da imparare da chiunque. Rhode era molto amico di Carr (come anche Rawson) perciò è possibile che abbia preso qualcosa da lui a livello di meccanismi balistici. Il fatto che però sia rimasto un unicum (e che paradossalmente ne parlasse maluccio) indica che Carr non fosse poi così soddisfatto del risultato.
    Io credo, ma è una opinione puramente personale, che il grosso dell'influenza di Queen su Carr si concentri su testi come questo. Non sono troppo d'accordo con Mike Grost quando dice che Dannay e Lee abbiano spinto Carr (con The Chinese Orange Mystery o The Tragedy of Y) a concentrarsi sui lati più bizzarri e assurdi dell'universo; credo che tutto ciò fosse già ben radicato in Carr (The Mad Hatter Mystery, ad esempio). Perciò è proprio questo maniacale concentramento di indizi in un indovinello spacca cervello tipico di Queen ad affascinare Carr in questo tentativo di novella. Non è un caso che ai due cugini americani sia piaciuto molto.

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  6. O almeno è piaciuto a Dannay, a Lee non saprei dire.

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