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mercoledì 24 settembre 2014

Ellery Queen's Twelve Best Detective Stories (1950)


Nel 1950 un discreto appassionato di classifiche come Ellery Queen decise di riunire una folta schiera di critici e scrittori per decidere, tramite una votazione, quali fossero i migliori racconti polizieschi mai scritti sino ad allora. Tra questi vi era gente del calibro di John Dickson Carr, Vincent Starrett, Howard Haycraft ed Anthony Boucher, ovvero alcuni tra i maggiori studiosi e esperti del tempo. 
Questi, a partire da 83 testi in nomination, stilarono una classifica di 12 titoli complessivi, tutte detective stories che abbracciano il periodo 1845-1938. La lista è estremamente interessante, ma anche profondamente discutibile, e non tanto perché sono passati 64 anni.
Il primo posto, innanzitutto, è sorprendente: con 8 voti su 12 disponibili vinse facilmente The Hands of Mr. Ottermole, di Thomas Burke, scritto nel 1931. Intendiamoci, Burke è un narratore di tutto rispetto e il racconto, soprattutto per l’epoca, è potente ed innovativo, dall’atmosfera disturbante e coinvolgente, in cui un folle assassino sembra uccidere per puro diletto. Ad oggi appare un filo datato e anche la soluzione, a mio parere, deve molto a Chesterton e a Philip McDonald. 
Nonostante il mio (pacato) scetticismo l’opera fu recensita in maniera entusiastica sia da Anthony Boucher (nel suo Murder by Experts) che da Carr. Roland Lacourbe, invece, stronca rapidamente quest’opera nel suo 1001 Chambres Closes, forse con un pizzico di approssimazione. Nel complesso, comunque, considerarlo il maggior racconto poliziesco mai scritto appare arduo, oggi come allora. In italiano è stato tradotto da Aldo Camerino per il volume Delitti quasi perfetti, omnibus Mondadori curato da Polillo nel 1978.


Al secondo posto a pari merito, con 6 voti su 12, troviamo: The Purloined Letter (La lettera rubata, 1845) di Poe, The Read Headed-League (La lega dei capelli rossi, 1892) di Conan Doyle e The Avenging Chance (Il caso vendicatore, 1929) di Anthony Berkeley. Su Poe si può essere d’accordo (la sua presenza, in ogni caso, non sarebbe mai in discussione), su Conan Doyle no. Ho parlato qualche giorno fa proprio di Le avventure di Sherlock Holmes, prima raccolta di Doyle in cui appare questo racconto di straordinaria mediocrità. Di tutti gli eccellenti racconti dell’autore inserire questo mi sembra un’assurdità. 
Anche su Berkeley, sinceramente ci sono delle perplessità. Insomma, il racconto, che è una sorta di testo preparatorio al libro più famoso dello scrittore inglese (il mitico Il caso dei cioccolatini avvelenati), è interessante, ma non è un capolavoro immortale, a differenza del romanzo. In italiano si trova nella bellissima raccolta Polillo Enigmi e Misteri, forse il miglior volume di short-stories mai pubblicato nel nostro paese. Ad ogni modo quest’opera è stata scelta tra le più importanti di sempre sia da Carr che da Chesterton, perciò, alla fine, ho torto io.
Al terzo posto a pari merito con 5 voti ci sono Robert Barr, la cui presenza è scontata, con The Absent-Minded Coterie, pubblicato nel 1905, e Jacques Futrelle col suo classico più celebre, The Problem of Cell 13, del 1907. 


Tutti gli altri hanno preso 3 voti e si trovano perciò nella stessa posizione. C’è innanzitutto Chesterton con The Invisible Man, apparso nel 1911 nel meraviglioso The Innocence of Father Brown. Il fatto che Chesterton non si trovi al primo posto con una infinita distanza sugli altri è piuttosto discutibile (per me, francamente, è inaccettabile), mentre sul titolo si può fare dell’accademia: io ne preferisco altri, ma The Invisible Man resta un racconto superlativo e una pietra miliare del ‘900, e tanto basta.
Successivamente troviamo, giustamente, il grande Melville Davisson Post, uno dei più grandi narratori di quella che Symons chiama First Golden Age (quella del racconto breve), con Naboth’s Nineyard. Poi ancora vi è uno scritto estremamente celebre: The Gioconda Smile, scritto al principio degli anni Venti da Aldous Huxley. Se il racconto merita o meno la citazione è difficile dirlo; un certo peso potrebbe averlo avuto il film apparso nel 1947, diretto da Zoltan Korda.
Per concludere la lista ci sono: il grande H. C. Bailey con The Yellow Slugs, del 1935 (si sa, Bailey è molto amato, comprensibilmente, da Queen); poi, stranamente, abbiamo un tardo Bentley, The Genuine Tabard, del 1938, e infine lo splendido Suspicion (Sospetto) di Dorothy L. Sayers, del 1933. 
Una lista variegata, di dodici scrittori diversi, che hanno lasciato, chi più chi meno, un’impronta nella storia del mystery. Certo, non appaiono Richard Austin Freeman, Agatha Christie, John Dickson Carr e lo stesso Ellery Queen. Qualche domanda, serenamente, ce la possiamo porre.

sabato 19 luglio 2014

The Nine Tailors (Il segreto delle campane, 1934) - Dorothy L. Sayers



Il più alto tentativo di inserire un raffinato enigma poliziesco all'interno di un'opera di costume coincide con uno dei maggiori romanzi dell'intero 900 britannico. Dorothy L. Sayers è sempre più lontana in questi anni dal semplice enigma deduttivo formale, attratta invece dal mondo della comedy of manners applicata al genere letterario che l'aveva consacrata. Inserita convenzionalmente insieme a Christie, Marsh e Allingham nel gruppo delle Crime Queens, è in realtà un'autrice dalle larghe sfaccettature, dotata di uno stile unico e ineguagliabile. 
Lord Peter Wimsey e il fedele Bunter sono in viaggio quando, l'antivigilia di capodanno e nel mezzo di una bufera, la loro macchina finisce in un fosso e sono costretti a continuare a piedi. Arrivano nel piccolo paesino adiacente di Fenchurch ST. Paul, nella grande e desolata pianura dei Fens, dove la Sayers aveva passato l'infanzia. Qui Wimsey incontra il rettore della chiesa Venables, il quale lo aiuta a trovare riparo, anche grazie alla moglie. Fenchurch St. Paul è famoso per l'antica chiesa e i meravigliosi concerti delle otto campane presenti nell'altissima torre. La notte di capodanno Wimsey si dimostrerà anche un ottimo campanaro, sostituendo egregiamente l'ammalato Will Thoday.
Qualche tempo dopo, nel piccolo cimitero adiacente alla Chiesa, dentro la tomba di un altro defunto (aperta per seppellire la moglie di questi, morta a causa di una terribile influenza che dilagava in quella zona), viene ritrovato il cadavere di un uomo, morto circa quattro mesi prima, con le mani mozzate e con il volto sfigurato. A causa della mancanza di ferite nessuno riesce a comprendere le cause della morte, ma soprattutto nessuno nel villaggio ha idea di chi sia la vittima. Venables decide così di chiamare ad indagare Lord Peter, ma anche per lui sarà molto difficile venire a capo del mistero. 
Grandioso affresco della vita da villaggio del tempo, spossata da forti sprazzi di inquietudine religiosa, pieno di digressioni, dalla campanologia alle maree, e minuziose descrizioni d'ambiente, in cui la Sayers mette la propria magnificente cultura al servizio dell'opera, per un risultato meravigliosamente evocativo e sontuosamente letterario. Una commedia umana che non rinuncia allo humor, alle tinte aspre e alle scene forti, che si apre e termina ciclicamente con le feste natalizie. Se da una parte i personaggi sono memorabili e il finale di estrema cupezza, dall'altra la Sayers regala un intreccio poliziesco tecnicamente eccellente, sorretto da abili indizi e gestito con sapienza. La soluzione, infine, è ingegnosa e sorprendente.
Immerso in un clima alla Austen, il lettore spesso dimentica di trovarsi all'interno di un romanzo poliziesco, e si limita a godere di una dolce narrazione di straordinaria densità, ma nello stesso tempo eccitante e appassionante.
Se la perfezione non esiste, Miss Sayers si è avvicinata molto. Inserito giustamente in tutte le liste dei più grandi gialli di sempre, Il segreto delle campane è sempre disponibile  nella splendida traduzione di Francavilla. Peccato per il titolo italiano, che non ha nulla a che fare con quello originale.