martedì 30 settembre 2014

Mystery in White (Sotto la neve, 1937) - Jefferson Farjeon



Jefferson Farjeon, londinese, è stato un nome di pregio del periodo Golden Age. I suoi romanzi, caratterizzati da uno stile pulito e piacevole, furono molto apprezzati da Dorothy Sayers per l'attenzione agli ambienti, la leggerezza narrativa, la dolcezza nel modellare intreccio e personaggi: "Jefferson Farjeon is quite unsurpassed for creepy skill in mysterious adventures", scrisse la celebre autrice britannica. Nel dopoguerra svariate opere di Farjeon furono pubblicate nel nostro paese, ma successivamente se ne persero le tracce. La Polillo Editore, straordinaria nel riportare in auge determinati autori dimenticati, ha nel corso del tempo riproposto addirittura tre dei suoi romanzi, tutti ritradotti ovviamente. Questo Sotto la neve è il primo pubblicato da Polillo, ed evidentemente deve avere avuto successo.
Sulle effettive qualità dell'autore io sono sempre stato piuttosto scettico, e questo romanzo ne è un po' l'emblema. Paragonato a Murder on the Orient Express per l'ambientazione, in realtà ha ben poco a che spartire con uno dei più famosi romanzi del '900.
La vigilia di Natale, un treno che parte da Londra e diretto a Manchester, è costretto a fermarsi in aperta campagna a causa di una fortissima nevicata che stava rendendo la zona circostante una immensa distesa di bianco. L'azione si concentra sui passeggeri di uno scompartimento, bizzarramente assortiti per età ed interessi, che piano piano, mentre passano le ore, iniziano a spazientirsi. Improvvisamente il più anziano del gruppo decide di scendere dal treno per recarsi nella stazione più vicina. Anche gli altri, dopo un breve tentennare, decidono di scendere, ma nella feroce tormenta ben presto perdono la strada, con il gelido freddo che comincia a farsi sentire fin dentro le ossa. Dopo un lungo peregrinare finiscono per imbattersi in una solida dimora inglese che ha addirittura la porta aperta. L'atmosfera all'interno è  dir poco bizzarra: i ceppi scoppiettano nel camino, il salotto è apparecchiato per il tè, l'aria è calda e accogliente. Ma dove sono tutti? Perché non c'è nessuno, tranne un coltello sul pavimento?



Come nella maggior parte dei romanzi di Farjeon, la prima parte della storia è incantevole: lasciato velocemente per strada  l'elemento ferroviario, l'autore si concentra nel ricreare con straordinaria piacevolezza un clima di bizzarra attesa, con un gruppo di personaggi loro malgrado costretti a vivere delle situazioni al limite del paradossale. L'ambientazione è davvero meravigliosa e il romanzo, poco prima della metà, sembra promettere scintille. 
Ma le attese vengono tristemente deluse: l'ingegnosità dell'intreccio può far poco di fronte ad un ritmo narrativo di una lentezza esagerata, in cui la tensione rapidamente si scioglie come neve al sole. I personaggi non hanno spessore (alcuni, addirittura, scompaiono senza alcun motivo) e la soluzione, debole e scontata, non interessa più a nessuno. 
Il romanzo si legge ancora con un certo gusto, sia chiaro, ma Farjeon resta un autore dai buoni propositi difficilmente mantenuti: la sottile atmosfera pseudo-sovrannaturale è potenzialmente intrigante, ma viene sfruttata ingenuamente, ed è priva di forza. L'autore usa numerosi spunti da mystery classico (la bufera, la casa di campagna, un vecchio che vuol fare l'investigatore dilettante), ma rimane avvolto in una leggerezza di fondo che sfiora l'inconsistenza.

2 commenti:

  1. CI siamo quasi sovrapposti parlando di Farjeon, se hai letto il mio post sugli "Omicidi della Z" diciamo che nel complesso all'autore non va molto bene, visto che nelle nostre recensioni siamo purtroppo in perfetto accordo su una cosa; Farjeon promette meraviglie e poi non le mantiene. Un maestro dell'incipit intrigante, un poco come da noi la Invernizio, i cui primi capitoli dei suoi feuilleton sono sovente intrigantissimi ma nei quali la storia inizia a sfaldarsi ben prima della metà; almeno Farjeon tiene per oltre 100 pagine. Comunque un plauso alla Polillo, ma fino a un certo punto; 3 Farjeon sono veramente troppi, con dei Freeman e Wade ancora da tradurre/riproporre.

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  2. Si ho letto il tuo articolo Omar e purtroppo hai ragione, le linee narrative di Farjeon appaiono sempre rovinate da una seconda parte di romanzo decisamente debole. Capisco le ragioni per cui Polillo ha scelto di riproporlo (credo economiche, dato che di questo Sotto la neve ci furono due edizioni), anche se continuo a sperare nella presenza di altri autori, ugualmente dimenticati ma di ben altro spessore. Poi, sia chiaro, Farjeon è un buon autore, anche se le grandi lodi della Sayers mi sorprendono ogni volta.

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