venerdì 7 novembre 2014

The Red Right Hand (La rossa mano destra, 1945) - J. T. Rogers


Joel Townsley Rogers, originario del Missouri, è stato un autore unico nella storia della narrativa poliziesca. Prolifico, poliedrico ma anche bizzarro, nella sua lunga carriera ha scritto di tutto, producendo a getto continuo storie d’avventura, di volo e di fantascienza, oltre che romanzi e racconti polizieschi.
Gran parte del suo corpus è oggi dimenticato, ma almeno un paio di testi hanno consegnato il suo nome al pantheon della letteratura del 900, e questo The Red Right Hand è il suo romanzo più memorabile, inscritto tra i massimi capolavori della narrativa americana del secolo scorso: secondo Lacourbe “un roman d’un brio éblouissant e l’un des deux ou trois grand chefs-d’oeuvre incontestables et incontestés de toute la littérature policièr”.
Pubblicato nel 1945 e vincitore del Gran Prix de Littérature Policièr, è oggi un testo di culto, fortunatamente riscoperto da Polillo in Italia nel 2005. 



Chi racconta in prima persona è un dottore newyorkese, che descrive l’assurda quanto agghiacciante storia di una coppia di fidanzati prossimi al matrimonio che carica in auto un misterioso autostoppista. E scompaiono nel nulla. Chi è il terrificante cavaturaccioli, l’autostoppista, un uomo dalle fattezze mostruose, folle e violento? E dov’è finita la mano destra di Inis St. Erme, il giovane promesso sposo? E chi è davvero Henry N. Riddle Jr.?
Sin dalla prima riga Rogers attacca il lettore alla sedia e non gli concede tregua sino al superbo finale, ambiguo, imprevedibile ed agghiacciante. Linguisticamente il romanzo è di rara complessità, che alterna flussi di coscienza alla Miller a capitoli brevi, ipnotici, stilisticamente spezzati, per un risultato del tutto sorprendente, surreale e baroccheggiante. 
The Red Right Hand non è una detective story classica, perché manca la detection e anche la figura del deus ex machina, ma la costruzione perfetta, logica e nel tempo stesso tortuosa e virtuosistica, piena di indizi e false piste, è quella dei grandi mystery Golden Age; non è un hard-boiled, ma l’insieme travolgente di azione, violenza e ritmo lascia impallidire qualsiasi prodotto etichettato come “scuola dei duri”; non è un noir, ma è ugualmente iper-realistico, torbido e paralizzante; non è un romanzo di suspense, ma la tensione è martellante e a tratti insostenibile, un continuo attacco ai nervi del lettore, costantemente sotto pressione dal prologo all’epilogo, frastornato dalle sorprese e dai colpi di scena. The Red Right Hand è indiscutibilmente, soprattutto, uno dei più magistrali esempi di misderiction dell’intera storia del genere, un gioco di specchi eccitante e raffinatissimo.
A scuola dai grandi maestri, da Carr (la situazione impossibile, l’atmosfera surreale e folle) alla Christie (la perfidia di fondo, l’ambiguità del finale, l’atteggiamento sfrontato nei confronti di chi legge), Rogers vi aggiunge un senso di terrore e morte che lasciano senza fiato.
Signori, questa è alta, altissima letteratura.

martedì 4 novembre 2014

Jonathan Creek - Stagione 2 (1998)



La seconda stagione della serie televisiva britannica Jonathan Creek, imperniata su delitti impossibili e camere chiuse, è leggermente inferiore alla prima, di cui abbiamo parlato non molto tempo fa. Andata in onda tra il gennaio e il febbraio del 1998, è caratterizzata da 4 episodi da 50 minuti e 1 singolo da un’ora, diviso in due parti. 
Il livello degli enigmi presentati è comunque sorprendentemente alto, e propone situazioni bizzarre e apparentemente inspiegabili, risolte spesso in modo diabolico, anche se in alcune occasioni si tira leggermente troppo la corda del cervellotico.
Come la scorsa volta, inserirò una valutazione da * a *****, e citerò, in fondo, anche la votazione data dal critico Roland Lacourbe nel suo 1001 Chambres Closes Annexes, in cui il francese ha minuziosamente esaminato tutta la serie.

1 Danse Macabre ****

Di ritorno da una festa in maschera, la notte di Halloween, la celebre scrittrice Emma Lazarus viene uccisa nel proprio appartamento. L’assassino, vistosi scoperto, scende le scale per fuggire facendosi scudo con la sorella, ma sembra finire in una trappola quando si getta dentro un garage vuoto, chiudendosi dall'interno. All’arrivo della polizia però, viene trovata solo la donna, incosciente e tramortita, mentre l’assassino è svanito nel nulla.
La seconda stagione parte con un episodio straordinario: come ritmo, tensione e soprattutto atmosfera è di gran lunga il migliore della stagione e uno dei più avvincenti di sempre; l’enigma proposto è un classico, e a differenza del solito gli indizi per risolverlo abbondano. Nonostante tutto la soluzione resta brillante, pur nella sua semplicità. Gli appassionati non ci metteranno troppo a capire come sono andate le cose, ma questo non inficia la piacevolezza della visione.
voto Lacourbe: ****

2 Time Waits for Norman **

Non c’è molto da dire riguardo questo secondo episodio, appena sufficiente per gli standard della serie. L’enigma proposto è astuto ed interessante: Norman Stangerson, apparentemente negli Stati Uniti per un viaggio di lavoro, viene fotografato all’uscita di un fast-food. Come è possibile che un vegetariano come lui venga sorpreso a mangiare hamburger? Ma soprattutto, come può trovarsi in due luoghi contemporaneamente?
La storia lascerebbe presagire grandi cose, ma l’episodio scorre via lentamente e senza guizzi, e la soluzione è davvero troppo complicata e difficile da accettare, con una miriade di incongruenze e un filo di presunzione.
voto Lacourbe: ***

3 The Scented Room ***

Un dipinto di El Greco scompare nel nulla da una stanza ermeticamente chiusa dall’interno e priva di uscite, continuamente tenuta sotto osservazione. La trama di questo terzo episodio, forse il meno tortuoso di tutta la serie, è lineare e semplice, si guarda con piacere e resta tutt'ora particolarmente godibile al di là dei meccanismi polizieschi, non certo raffinatissimi. In ogni caso la soluzione non è malvagia, anche se appare piuttosto ardita e quasi impossibile da attuare.
voto Lacourbe: **

4 At the Gallows Gate ****

Dopo due episodi minori, il quarto della stagione riporta alto il livello di spettacolarità. Diviso in due parti da 50 minuti l’una, propone una doppia situazione impossibile che stuzzica la mente di ogni appassionato. Un testimone oculare nota accidentalmente attraverso una finestra l'omicidio di una ragazza, strangolata da un uomo. All’arrivo sul posto, pochissimo tempo dopo, la casa appare del tutto impenetrabile perché ogni porta e finestra è sprangata dall’interno, ma il cadavere viene ugualmente trovato dalla polizia. Com’è fuggito l’assassino? Ma soprattutto, com’è possibile che l’assassino distintamente visto dal testimone sia un ragazzo morto pochissimo tempo prima, suicidatosi di fronte a tutti i suoi amici?
L’intreccio è geniale, complesso e pieno di indizi (su tutti, dei calzini sporchi, straordinario), in cui tutto alla fine sarà ribaltato. Peccato per qualche leggera forzatura (il suicidio del ragazzo), perché l’intero episodio è un grandissimo esempio di misdirection, in cui veniamo letteralmente portati a guardare dalla parte sbagliata dall’inizio alla fine.
voto Lacourbe: ****

5 The Mother Redcap ****

Nonostante le frequenti minacce di morte, un importante uomo politico rifiuta di venire a patti con la criminalità e ordina così un incredibile spiegamento di forze dell’ordine, con il compito di sorvegliare continuamente la propria abitazione e le sue stanze. Tuttavia, una mattina, l’uomo viene trovato morto nella stanza da letto in cui dormiva insieme alla moglie, ermeticamente chiusa e tenuta sotto controllo. Le cause del decesso sembrano oscure, ma quella leggera ferita da lama sul cadavere è più di un indizio..
La seconda stagione si chiude con un altro episodio notevole, sfortunatamente macchiato da un subplot non particolarmente riuscito né coinvolgente, che concorre alla formazione della situazione impossibile. E’ un peccato, perché la trama presenta un delitto congegnato alla perfezione, che mescola un vecchio Edgar Wallace (I quattro giusti, rievocato sia nella trama che, in parte, nella soluzione) al classicissimo Zangwill (Il grande mistero di Bow), giungendo ad uno scioglimento ottimo, che poteva risultare però ancora migliore. Come punto di forza ci sono anche molti indizi astuti (l’orario di una sveglia, i segni sul corpo) e un Alan Davis in forma smagliante.

voto Lacourbe: *****

venerdì 31 ottobre 2014

The Grinning God - The House that Was (La casa fantasma, 1907) - May e Jacques Futrelle


Jacques Futrelle, americano nonostante le sfumature anagrafiche, è stato uno dei grandi nomi della narrativa poliziesca precedente alla Golden Age. Specializzato nella short-story, rientra in quel gruppo (particolarmente eterogeneo, tra l’altro) di autori che si cimenta in racconti gialli a seguito del successo ottenuto da Conan Doyle con Sherlock Holmes. Symons non casualmente parla di First Golden Age per questo momento letterario, in cui autori di assoluto talento sono accomunati dalla narrazione di misteri risolti da menti particolarmente geniali, una sorta di supermen dell’investigazione: il Principe Zaleski di Shiel, lo Zio Abner di Davisson Post, Padre Brown di Chesterton e ovviamente il Professor Van Dusen, la cosiddetta “macchina pensante”, data la sua capacità di trattare ogni problema come una equazione matematica, uscito dalla pena del grande Jacques Futrelle. 
Non fosse salito sul Titanic, quando aveva 37 anni, sarebbe diventato probabilmente uno dei maestri della detection dei primi anni Venti. Ma purtroppo salpò insieme ad altri, e la letteratura perse un nome di grande prestigio ed eccellente prospettiva. I suoi racconti tendono all'estrema concisione tecnica, al potere del raziocinio e all'infallibilità del ragionamento, piuttosto che allo stile o all'abbellimento letterario.
La moglie May, ricordata soprattutto per un memorabile articolo sull’affondamento del Titanic, è stata anche lei scrittrice, ma di certo meno celebre. 
Nel 1907 presentò alla Associated Sunday Newspapers, che si occupava di realizzare supplementi domenicali per alcuni quotidiani, una storia dell’orrore dai toni classicheggianti, The Grinning God. Il responsabile della redazione accettò a patto che la storia fosse seguita da un altro racconto, firmato dal marito, in cui veniva fornita la spiegazione razionale agli eventi soprannaturali narrati. 
Questo volumetto edito qualche anno fa da Polillo, dal titolo La casa fantasma, presenta proprio il risultato di questa richiesta: prima la storia di May (The Grinning God), e poi il breve scioglimento del marito Jacques, dal titolo The House that Was, in cui il Professor Van Dusen spiega in modo logico e inappuntabile alcune situazioni topiche della letteratura fantastica: una strada e una casa scomparse nel nulla, un uomo che si muove come un fantasma e un’avventura talmente assurda che sembrerebbe un incubo, non fosse per quel piccolo oggetto d’avorio trovato nelle tasche.

Diciamo subito che il racconto di May è un discreto racconto di fantasmi, che ha buon ritmo e si legge con grande piacevolezza anche oggi; ricorda Le Horla di Maupassant, per la progressiva follia del protagonista e il fuoco finale purificatore, ma è certamente meno originale e meno potente dal punto di vista dell’evocazione della paura dell’ignoto. Possiamo perciò fin da ora renderci conto delle difficoltà di un autore come Jacques Futrelle, costretto a trovare una spiegazione terrena ad eventi che non sono stati concepiti per possederla. 
Solitamente l’autore ha già in testa, quando scrive, quale sarà la conclusione della sua opera, mentre stavolta (come Poe con Marie Roget) deve lavorare su una base non sua, privo di appigli, indizi o false piste. Ed è per questo che la spiegazione di Van Dusen, precisa, solida ma assolutamente semplice, assume grande rilievo. Ovvio che alcuni dettagli possono apparire forzati, ma nel complesso l’americano fornisce ancora una volta una dimostrazione di ingegno e fantasia, a sottolineare che la vera natura della crime fiction (meglio ancora se tinta di fantastico, apparente o meno) sta nella capacità di sorprendere le aspettative del lettore.

martedì 28 ottobre 2014

La produzione giovanile di John Dickson Carr - 2014

Negli ultimi 14 mesi ho lavorato a questo progetto, coinciso con la mia tesi di laurea magistrale all'Università di Bologna. Oddio, "lavorare" è una parola grossa, che non rende di certo il piacere che si ottiene nell'essere quotidianamente a contatto con il Maestro.
La scelta di concentrarsi su Carr ha solide basi: molto letto e apprezzato nel nostro paese, lo scrittore americano è stato, e continua ad essere, pesantemente trascurato dalla critica. I motivi sono vari: ad esempio i britannici non hanno mai accettato che un americano (vade retro) possa aver portato i loro stilemi (o almeno quelli che loro vantano di aver ideato) ad un livello ineguagliato e ineguagliabile nella storia della narrativa poliziesca. 
Abbandonato dalla critica, soprattutto perché troppo borderline e troppo complesso per coloro che desiderano solo inquadrare, schematizzare e banalizzare, Carr è uno di quei paradossali emarginati che, adeguatamente studiati, permettono di gettare una luce nuova e diversa su un periodo particolarmente sfocato e incompreso come quello della Golden Age. 
Da qui gli scopi che mi sono ripromesso di perseguire con questo lavoro: da una parte analizzare minuziosamente un momento letterario unico nella storia dell'autore, che entra nel mondo del giallo tramite vie traverse e inusuali, cercando di donare nuova dignità filologica a testi che nel nostro paese sono stati vilmente massacrati. Non può essere un caso che quattro dei cinque romanzi che, oltre ai primi racconti, costituiscono la produzione giovanile dell'americano (l'ultimo è a Poison in Jest, Piazza pulita, del 1932), siano i meno ristampati e i meno curati da un punto di vista editoriale. 
Dall'altra parte ho cercato di fornire nuove chiavi di lettura e di interpretazione al fenomeno della Golden Age, tentando di mostrare l 'inadeguatezza di una parte della critica, non solo italiana, che continua a vedere questo momento irripetibile come una aspra dicotomia dalle sfumature sessiste (British detective novel femminile vs Hard boiled school maschile e americana). Il primo sarebbe un genere senza sangue, consolatorio, per famiglie: il cozy mystery. Non poche banalità sono state scritte nel corso del tempo, e ancora parte degli studiosi (stranieri e non) rimane ancorata a concetti vecchi, erronei e pericolosi. 
Tentare non coincide sempre con riuscire, ma è meglio che non iniziare per niente.
In questi mesi ho avuto il piacere e l'onore di essere aiutato da esperti e studiosi eccezionali, che devo ringraziare: Maurizio Ascari, Roberto Pirani, Roberto Barbolini, Douglas G. Greene, Giuseppina La Ciura, Roland Lacourbe, Curtis Evans ed altri, i quali, chi più chi meno, hanno fornito un contributo prezioso.
Non ho avuto però la fortuna di scambiare qualche parola con due grandi traduttori e due straordinari studiosi, la cui operazione di restaurazione dell'opera carriana in Italia è stata semplicemente decisiva. Credo che tutti noi appassionati di mystery dobbiamo in cuor nostro dire grazie a Mauro Boncompagni e Maria Antonietta Francavilla. Grazie.

Allego l'indice del lavoro, per fornire giusto un'idea della struttura.